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sabato 13 dicembre 2025

“1940-1945 Fango neve sabbia” di Rosella Orsenigo. Recensione di Tiziana Viganò

 Mai come oggi, in un mondo percorso da fuochi di guerra e voglia di violenza e sopraffazione, un libro come questo è prezioso ed emozionante. La testimonianza di chi la guerra l’ha fatta per davvero, le sofferenze patite, il senso del dovere, l’umanità e la solidarietà, tanti valori che sembrano dimenticati sono temi che ci obbligano a riflettere sul futuro che vogliamo costruire. A qualunque età.

Rosella Orsenigo, storica d’eccellenza, ha pazientemente raccolto per anni epistolari, documenti e tre diari di soldati della seconda guerra mondiale che hanno sentito il bisogno di rendere perenne la loro esperienza e tramandarla, non solo ai famigliari, ma anche ai posteri. Ogni parola che leggerete in queste pagine è la realtà di gente comune, ragazzi e uomini mandati allo sbaraglio in condizioni che oggi non sembrano possibili. Oggi la guerra è tecnologica, le attrezzature moderne, i soldati, sembra assurdo ma non è, hanno vestiti adatti, armi che funzionano, cibo. Durante la seconda guerra mondiale non era così, i soldati morivano di fame di sete, di freddo di malattie, oltre che di bombe e proiettili.

Tra questi c’era anche mio padre, Mario Viganò, che ha combattuto su tanti fronti, dal primo all’ultimo giorno di guerra, finendo con la ritirata di Russia, un massacro da cui è scampato per miracolo. Ha ordinato i suoi ricordi in un diario che Rosella Orsenigo ha riportato nei particolari minuziosi, così come ha fatto con Giamprimo Orsenigo, Amerigo e Luigi Giorgetti, Luigi Colombo, Carlo Luciani e tanti altri.


Riporto il finale del libro (pagine 386-388), che ho scritto dopo la lettura:

“Ho letto il diario di mio padre, Mario Viganò, in tre momenti della vita: da ragazza, da adulta e pochi anni fa. Ho provato emozioni differenti, come è giusto, vivendo una diversa consapevolezza legata alle esperienze che man mano cambiano e trasformano. Mi ha insegnato molto la storia della mia famiglia prima che nascessi,nel 1952, dopo che mio padre aveva trascorso così tante vicende e vissuto così intensamente in poco più di trent’anni.

Ricordo che da ragazza, ascoltandolo ricordare gli episodi, le persone incontrate, gli amici e i commilitoni, rimanessi stupita che riuscisse a velare di nostalgia e perfino di ottimismo eventi che io trovavo orrendi, fatali, violenti, fino a denigrarli. Col tempo ho capito che quell’atteggiamento positivo, quel trovare il lato buono anche nelle cose peggiori della vita, quel reagire con resilienza, flessibilità e adattamento era un fondamento del suo carattere e col passare degli anni mi sono resa conto di averlo ereditato, per mia fortuna.

Non riuscivo invece ad accettare che avesse potuto combattere con l’esercito di un dittatore, obbedendo agli ordini: lo accusavo di doverismo. Certo, per lui l’etica del dovere e del lavoro è sempre stata presente, ma non come eccesso, come valore di vita. E ho capito quanto, guardando il caos degli anni Sessanta e Settanta in cui ero coinvolta, fosse indignato per la mancanza di quell’ordine che gli era stato inculcato fin da piccolo.

Come tutti quelli della mia generazione ho goduto di un periodo di pace e prosperità, dove tutto sembrava possibile e gli obiettivi relativamente facili da raggiungere. Un tempo in cui è difficile comprendere come gli eventi dolorosi e tragici della guerra abbiano potuto rendere straordinarie le vite di tanti uomini e donne che altrimenti sarebbero rimaste nell’oscurità del quotidiano.

Tutti i documenti raccolti con passione da Rossella Orsenigo in questo libro raccontano la vita di persone come mio padre, quelle persone normali che fanno la Storia, non la Grande Storia su cui si fonda la maggior parte dei libri e dei manuali, quella dei capi di Stato e dei generali, dei vincitori, degli ideologi di ogni parte politica. È la Storia dei popoli che in parte la subiscono, in parte si ribellano, ma che agiscono e costruiscono la vita, nel bene e nel male, sono le vicende di persone comuni spesso travolte dal destino in un mondo in continuo cambiamento.

Non “i vinti” di verghiana memoria, ma coloro che lottano per la vita e per i valori in cui credono, a volte sconfitti, a volte vittoriosi.

venerdì 3 dicembre 2021

un brano da "Quando il delitto e arte"

 Ecco un brano tratto da 

"Quando il delitto è arte" 

di Tiziana Viganò 

 2021, Golem edizioni

Il capitano Adelio Rusconi ha bisogno di staccare la mente da quel caso così difficile: qui si parla di Legnano e della sua casa, del suo metodo per distrarsi dal lavoro, del suo tallone d'Achille 

La trama del libro

Un killer diabolicamente intelligente è il protagonista di questo romanzo noir, costruito attorno alla sua storia psicologica e alla sua tragica escalation di follia. Parallela a questa vicenda corre l’indagine del capitano dei carabinieri di Legnano, Adelio Rusconi.

Invano cerca di prevenire e ostacolare i delitti che il killer continua a compiere, lasciando soltanto pochi labili indizi, a volte disposti ad arte, a fronte di plateali Performance, opere che vorrebbero costituire nuove forme artistiche partendo da famosi dipinti, sculture e installazioni di artisti del passato o contemporanei. Ma nelle sue mani sono corpi morti, uccisi con raffinata abilità.

Rusconi e la sua squadra girano a vuoto, finché una pista solida emerge dal passato, la relazione la le vittime legate a un cold case che anni prima aveva visto coinvolta la dottoressa Greta Hofer, patologa dell’ospedale.

Sotto questa incredibile pressione, Rusconi mette in discussione se stesso e il suo lavoro, continuando a chiedersi qual è il confine tra vittima e carnefice, qual è il limite oltre il quale si capovolge il rapporto, chi è davvero colpevole quando storie di violenze e di abusi nell’infanzia segnano nel profondo, senza rimedio, per sempre.

La rincorsa sarà lunga, la preda fugge ma il cacciatore, con denti da Rottweiler, non molla mai. Solo dopo uno sprint finale mozzafiato le due storie si uniranno in una conclusione che chiuderà il cerchio di una vita tragica.

pagina 101 e seguenti

La casa di Adelio non era lontana dalla caserma, nel centro cittadino: bastava attraversare la strada statale del Sempione, detta “il Sempione” e basta, che, insieme al fiume Olona, divide la parte più antica di Legnano da un borgo più recente, la contrada di Legnarello. Aveva acquistato un bilocale in una palazzina, con un balcone dove aveva messo una sedia a sdraio, in cui riusciva raramente a riposare, qualche albero nel giardino condominiale, le Grigne e il Resegone di Lecco sullo sfondo, giusto per non avere l’idea di trovarsi nell’hinterland di Milano: parva sed apta mihi, del resto single era e, probabilmente, single sarebbe rimasto.

venerdì 10 aprile 2020

Ritrovare l’essenza. Di Tiziana Viganò.

geometrie della natura nei bronchi umani
in questo periodo di pandemia, così difficile per l'Italia e per il mondo una riflessione che suggerisce di approfittare della stasi imposta per ritrovare il senso di ciò che è davvero importante nella vita, da conservare e difendere, e quello di cui possiamo liberarci per vivere meglio. Ritrovare l’essenza.


Da un capitolo di "Viaggi di nuvole e terra" terza parte -Repubblica Dominicana, dove cominciano e finiscono i sogni- pagg 138-40



Essenza

Il nostro concetto di felicità non collima con quello della maggior parte del mondo, e come a noi sembra incomprensibile il loro modo di vivere e di concepire la vita, così a loro sembriamo tutti un po’ folli.
Vivere il presente però, anche se rende meno angosciati sulle cose che vanno oltre la sopravvivenza e la sicurezza della vita materiale, diventa un limite grande quando rende la vita così precaria e instabile che basta un niente per distruggere in un giorno tutto quello che si è guadagnato in mesi o in una vita, un’inezia.
Un lavoro precario che dura un giorno o una settimana e poi va cambiato, pagato in nero per una cifra ridicola, non permette di risparmiare nulla per i giorni peggiori e quando viene a mancare, o quando capita un evento naturale, una malattia, un problema qualsiasi, tutta una vita si mette in pericolo, perché è solo un castello di carte.
Dove lo Stato non si fa carico della salute di chi è irregolare, e anche di chi sarebbe cittadino, ma non ha soldi, basta dover pagare le cure mediche e i farmaci per qualche giorno per dilapidare le risorse, dover vendere tutto il nulla che si possiede, saltare i pasti fino a quando non si è di nuovo in grado di lavorare; significa andare a vivere in una baracca o dormire per terra, non poter dar da mangiare ai figli o non provvedere al futuro di un genitore anziano che non è più in grado di provvedere a sé...una vita sempre sospesa sul baratro.

«Un giorno ridi, un giorno piangi, la vita è così». Così si arriva all’essenza, dove ogni cosa è quello che è, si capisce il confine tra necessario e superfluo, si è felici di niente, anche solo della sopravvivenza, si impara ad aspettare tempi lunghissimi, ci si adatta a tutto, ci si rassegna all’inevitabile, alla Natura, al Destino: piedi ben ancorati alla Terra, desideri ridotti all’essenziale, una serenità che non è distacco, ma legame con la realtà... e anche negazione.

lunedì 11 novembre 2019

Opinione di una lettrice di "Viaggi di nuvole e terra"

La settimana di Bookcity Milano comincia molto bene quando, aprendo le mail, ne trovo una così, scritta da una persona competente che mi presenterà proprio per Bookcity:

"...Voglio intanto farle i complimenti perché la sua scrittura ha una finezza ed una eleganza straordinarie. Ho letto questo file e ho avuto la sensazione che tanti pensieri, che spesso mi vengono in mente osservando e ascoltando ciò che accade intorno a me, si siano trasformati in parole...(I brani che leggerò) sono scorrevoli e vanno “all’essenza” di un contesto già di per sé ricco. 
.....
Continui a scrivere, perché questo mondo ha bisogno di essere salvato dalla bellezza".

qui di seguito i brani che saranno letti durante la presentazione

Skiatos
“…Cerca un posto tranquillo dove fermarti a guardare le onde. Il mare accompagna i ricordi e i sogni che emergono con la magia di quel movimento ritmico, ipnotico: la musica dell’acqua evoca pensieri, poi si ritira ripulendoli. Li chiama e li cancella, se serve. La mente si rinnova e può ricominciare.
Guarda il fondo del mare dove si riflette il luccichio del sole che attraversa l’acqua, una rete luminosa in moto perpetuo, la fotografia delle onde in superficie.
Guarda all’orizzonte il mare che diventa cielo.
Assapora la salinità, sapida e amara, senti il vento che ti accarezza e fa volare i pensieri come gabbiani: sono veloci, sempre in movimento, in alto e in basso, battono le ali, poi le bloccano con energia, creature d’aria e di acqua.
Ascolta il silenzio.
Flusso e riflusso, dolcezza o turbolenza, ricordi neri o luminosi, memorie d’acqua e di fuoco…”

domenica 10 novembre 2019

Natura e filosofia: un brano da "Viaggi di nuvole e terra, taccuini tra realtà e fantasia" di Tiziana Viganò


Siamo in Grecia, nell'isola di Skiatos: davanti a una Natura così bella il pensiero vola ...

Come le stelle attorno alla bella luna
pronte ritraggono il fulgido sembiante
quando quella piena più risplende
sopra la terra bruna
(Saffo)

C’è solo la musica ritmica del mare stasera sotto una luna piena enorme e bianchissima: all’orizzonte il mare fluisce nel cielo in un blu così intenso da sfiorare il nero.
Fluire: anche il suono di questa parola scorre lentamente, mille momenti di sospensione si uniscono per un moto così lento ma continuo e incessante, cui nessuna energia può opporsi, “panta rei” diceva Eraclito, perché ogni nostro istante non è mai uguale al precedente e noi non siamo mai uguali mentre passiamo da un tempo all’altro.
Tutto muta dentro e fuori di noi, cambia nasce e muore, fluendo...ogni cellula ogni respiro ogni pensiero ogni ricordo in un continuo divenire.
La filosofia è nell’aria in quest’isola dimenticata dal tempo, sembra che i ricordi vicini e lontani si aprano continuamente, lampi che mi confortano perché, purtroppo, vivo in un mondo così lontano da quello dei pensatori, di chi fa del pensiero una ragione di vita. Ora è Eraclito l’oscuro, ora è la vista della Natura che qui si trasforma in personaggi mitici, che dà sembianze umane alle piante, agli animali e agli astri...In Grecia è così.
E mi piace guardare la Natura pensandola madre e anche matrigna, dispensatrice di benessere, ma anche superiore, indifferente e non partecipe agli umani destini, così come la vedevano gli antichi greci, o Leopardi, così come l’hanno sempre vista gli abitanti di queste isole devastate da periodici,
Alceo di Mitilene  e Saffo di Lesbo in un Kalathos attico
a figure rosse del Pittore di Brygos, 490-470 a.C.)
intensi terremoti. Nell’ambivalenza c’è un senso del limite e della finitezza che l’uomo oggi sembra aver perduto, perché si sente onnipotente, diventato un dio grazie alla tecnologia e alla scienza, capace di penetrare alle radici della vita nel DNA, di manipolare i geni di creare nuove forme di vita, anche se stesso, teso alla perfezione del corpo e al rifiuto della mortalità. Un’idea pericolosa quella della nostra cultura cristiana che la Natura sia sempre buona, perché donata da Dio al servizio dell’uomo che può usarla e sottometterla: e com’è ridicolo di fronte alla sua potenza, l’uomo/dio che rifiuta l’idea della morte, è così fragile e misero...

C’è pochissima gente in giro, pochissimi gli stranieri, Skopelos è molto diversa da Skiatos: i greci escono al tramonto, fanno lunghi bagni nell’acqua tinta di rosso e giallo, giocano nell’aria finalmente tiepida, poi vanno a mangiare nelle taverne o nelle case e i paesini si svuotano.
Solo nel capoluogo Chora c’è un po’ di animazione: negozietti, alberghi, ristoranti e bar attirano gente, ma Skopelos rimane un’sola per lupi solitari, anche gli abitanti sono meno accoglienti che a Skiatos, sono sempre gentili, ma più riservati. Parlano inglese, ma con difficoltà, trovo qualcuno che
parla italiano, non riesco a fare le chiacchierate interessanti che facevo la settimana scorsa nell’altra isola: ma mi sono adeguata presto ai modi di vivere di qui, con la sensorialità attivata la bocca si chiude, si sta in silenzio e si attiva il cervello.

"Viaggi di nuvole e terra, taccuini tra realtà e fantasia"
autore: Tiziana Viganò
genere: narrativa di viaggio
2018, Macchione editore
pagg. 221 con 85 illustrazioni a colori
ISBN-13: 978-8865705278

lunedì 2 settembre 2019

Natura e filosofia in Grecia: un brano dalla seconda parte di "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò

un brano della parte dedicata alle isole di Skiatos e Skopelos (Grecia) nel libro di Tiziana Viganò 
"Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" 2018, Macchione editore

pagg 65-66


L’umidità è minima, il calore intenso, le resine e gli oli essenziali danno il meglio di sé, in certi momenti mi sembra di concentrarmi sul mio olfatto, di essere solo naso per cogliere tutte le sfumature di questo straordinario bouquet, ma è talmente variegato che non sono capace di distinguere le essenze.
Incredibile, una meraviglia continua per tutti i cinque sensi.
Non ricordo di aver mai provato sensazioni del genere, eppure le isole sono la mia passione e ne ho visitate tantissime dal Mediterraneo all’Atlantico.

Anche la vista può godersi il massimo della bellezza: girando per strade e stradine, con la agilissima Pandina affittata, in alcuni momenti vedo scorci ombreggiati, sembra di essere in Trentino, perché i pini alti trenta, quaranta metri hanno un impatto visivo prevalente, poi, facendo una curva si apre all’improvviso una baia a mezzaluna, bianchissima di sabbia e cobalto di mare, un’improvvisa luce accecante del sole…una scossa emotiva.

lunedì 4 marzo 2019

Frammenti di antiche liriche greche: dalla seconda parte di "Viaggi di nuvole e terra"

Saffo, Alcmane, Anacreonte, Simonide, Ibico. Nella seconda parte di "Viaggi di nuvole e terra", dedicato alla Grecia, mi sono ispirata a versi di suoi antichi poeti che mi hanno regalato immagini meravigliose, perfettamente adatte ai paesaggi che avevo davanti. 
Bellezza e Armonia, filosofia e lirica hanno dimora in questo paese incantato che dona al viaggiatore sensazioni  ed emozioni indimenticabili.

Selene sul suo carro, le stelle nel cielo: Interno di una Kylix attica
(500-450 a.C) del Pittore di Byrgos

Come le stelle attorno alla bella luna
pronte ritraggono il fulgido sembiante
quando quella piena più risplende
sopra la terra bruna
(Saffo)

come quando, caduto il sole,
la luna di rosa
tutti gli astri oscura
e la sua luce risplende
sul  salso mare
come sui campi in fiore
dolce rugiada si posa
e fremono le rose
e il cerfoglio tenero
e il melitoto in fiore.
(Saffo)






Espero
degli astri tutti il più bello
(Saffo)

Ecate l’aurea,
splendida ancella di  Afrodite
(Saffo)

Il mare…un vicino salato e amaro
(Alcmane)


Mi vedo trascinato sopra scogli sommersi
(Anacreonte)

Il tempo con i suoi denti aguzzi
tutto corrode
anche la cosa più salda
(Simonide di Ceo)

Quando l’alba radiosa
nemica del sonno
ridesta gli usignoli
(Ibico)



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"Viaggi di nuvole e terra"

domenica 6 gennaio 2019

Due brani dedicati alle donne tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" di Tiziana Viganò

Due brani tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" (2018, Macchione editore)

Storie di donne di batey (baraccopoli) nella Repubblica Dominicana, che ho raccolto parlando con loro: non ci sono parole per descrivere quello che ho provato ascoltando loro e altre persone. 
Lascio a voi che leggete i pensieri e le emozioni che questi racconti possono suscitare.

Sono donne che vivono senza documenti nelle piantagioni di canna da zucchero,  la condizione degli haitiani clandestini è agghiacciante...attorno l'isola dei sogni tropicali tra resort e spiagge stupende. Un finto paradiso, un turismo placebo, come una spolverata di zucchero su una realtà di cui pochi sono consapevoli.
...E la condizione degli uomini non è migliore, sono "schiavi in libertà".
  
pag 135

Madri di zucchero bruciato

Click.
Davanti al mio obiettivo si mettono in posa e sorridono.
Non importa il vestito logoro, non importa la pettinatura improbabile, neppure lo sfondo della casetta o della baracca di legno pericolante. Essere fotografate le riempie d’orgoglio, mi sto interessando a loro.

Pelle giovane, di mille sfumature di cioccolata, dal fondente al latte più chiaro, è liscia e stranamente asciutta sotto il calore allucinante che fa scoppiare i pori della nostra pelle bianca.
Pelle nera con rughe feroci, gonfia di mille pene, sculture di una storia: solo quaranta anni, sudati sangue.
Click.
I capelli neri e crespi sono sempre domati e stretti in mille forme fantasiose: le bambine sono splendide con i loro codini treccine rotolini rasta, pieni di perline e nastri colorati, le donne hanno la passione per unghie e capelli, ma certe madri hanno poco tempo per sé, o farse non hanno troppa voglia di curarsi, si accomodano una retina e via. Anche lo stato dei capelli parla della loro vita.
Click.
Sono gli occhi che colpiscono fino in fondo al cuore: con la forma a mandorla delle antilopi e con la rima nera non hanno bisogno di trucco per essere bellissimi, dolci e miti, arrendevoli e rassegnati.
Le donne giovani hanno occhi che sorridono, c’è ancora speranza e voglia di vivere; nelle altre gli anni hanno segnato profondamente il volto con solchi d’aratro, hanno tolto luce agli occhi che si stringono, si difendono, a volte c’è un vuoto, a volte un’emozione indefinibile, quale sarà il film che scorre in quel momento nella loro mente, fotogrammi di una vita durissima, fatta di dolore e di precarietà, di ferro e di fuoco, di soprusi e di violenze, di sottomissione e di privazione. 
Click.
Le braccia sorreggono il corpo dei loro bambini, il gesto naturale delle mamme di tutto il mondo, ma non sempre lo circondano per proteggerlo, forse sanno che è inutile, o forse sanno di non esserne capaci: il mondo è troppo forte per loro. I bambini hanno forme rotonde, come tutti i cuccioli, ma la pancia troppo gonfia dice molte cose sulla malnutrizione. Qualche bambino siede solo e nudo sul terreno polveroso e sporco, non lontano dalla spazzatura e si succhia le dita, altri corrono e si rotolano per terra, giocano senza giocattoli, gridano, ridono, come tutti i bambini del mondo. L’occhio della comunità li segue, senza preoccuparsi troppo. Le madri con occhi smarriti si chiedono cosa metteranno in pentola per i loro figli, dove troveranno di che sfamarli.
Click.

una donna tagliatrice di canna da zucchero
Le foto che ho scattato alle donne e ai bambini sono sul desktop illuminato: quelle facce nere mi guardano e io guardo le loro espressioni, le forme e i colori, gli sfondi con le baracche, le casette e i muri scrostati. Dov’è la rigogliosa natura caraibica dei nostri sogni di europei? Solo in una foto compare un gigantesco fiore di banana che grava sulla testa di Helena, come una lancia, come una spada di Damocle: inconsciamente ho escluso la natura in queste foto, ma ho trovato questo simbolo forte della sua vita e di quella di altre che mi hanno raccontato la loro storia. Sento ancora le loro voci, chiare o rauche, sempre pacate, sussurrate, dai toni molto bassi, nella loro lingua un po’ strana che suona come un fattore di ulteriore diversità dal contesto sociale dove la sorte le ha scaraventate...

una maestra
Essere donne è difficile, sempre, ma ci sono luoghi nel mondo dove è sempre guerra, anche senza spari e bombe. Qui, in un paese della grande America, si perpetua una realtà che noi europei pensiamo finita per sempre o possibile solo in alcuni luoghi lontani dell’Africa o dell’India profonda: lo schiavismo esiste ancora, incatena senza catene esseri umani, violenta i loro diritti prendendosi gioco delle leggi internazionali, firmate a tavolino lontano dai luoghi dove si consuma e si corrode la vita reale sull’altare del denaro.
Donne più che vulnerabili ed esposte in una società maschilista e retriva, che castra lo sviluppo personale, a volte anche mentale, nega autonomia per la cronica mancanza di lavoro, condanna le donne alla dipendenza e alla sottomissione a un uomo. Adolescenti già incinte, partoriscono figli troppo spesso abbandonati, subiscono violenze, vedono nella prostituzione una delle poche soluzioni per garantirsi un pasto al giorno.

La fame, oscena.
Se in Europa si parla di pari opportunità, di diritti, di libertà, ci sono paesi in cui la speranza è solo un filo di luce che s’intravede in una oscurità che sembra non poter mai essere squarciata, ci si può aggrappare a quel  filo immateriale ed essere sempre a terra.
Eppure si può sorridere ancora, nonostante tutto.

pag 176

Storie di donne dei bateyes

Il terremoto ha sterminato la sua famiglia e così è fuggita dall’inferno e dall’atroce miseria di Haiti con una figlia di pochi mesi tra le braccia. Loucette ha un corpo e un viso da adolescente con i suoi 38 anni, ma nella sua vita ha passato dolori e traumi che schianterebbero chiunque. Eppure è tranquilla, sorridente, gentile, parla piano e si muove con grazia sgusciando tra la gente, quasi volesse rendersi invisibile.
“Sono viva, non sono malata, riesco a fare qualche lavoretto e comprare da mangiare per me e mia figlia. Sono felice. Certo, quando lavoravo negli hotel ero più contenta, ma con la legge sulle migrazioni mi hanno licenziata perché non avevo i documenti in regola. Non ho più potuto lavorare, se non saltuariamente, ma ora ho trovato due signore italiane da cui vado per fare le pulizie, dicono che sono brava e mi vogliono bene: mi danno sempre qualcosa da mangiare, mi pagano. Avevo un uomo, ma mi ha abbandonato quando ero incinta: ho partorito nel batey perché non potevo andare in ospedale senza documenti, ho avuto tanta febbre e il bambino è morto subito dopo. Sono viva per miracolo, ancora una volta, dopo il terremoto”.

mercoledì 2 gennaio 2019

"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. FILM "Skiatos e Skopelos (Grecia) tra filosofia e lirica"



"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
un filmato che racconta per immagini la seconda parte del libro

"Skiatos e Skopelos (Grecia): tra filosofia e lirica"
La filosofia del viaggio nel paese dove il pensiero si è fatto sistema, dove la lirica è parte del paesaggio, dove la Bellezza e l’Armonia sembrano vincere su ogni realtà anche difficile. Viaggi tra isole che sembrano avvolte da atmosfere di bellezza sovrumana, Skiatos e Skopelos nelle Sporadi. Nonostante la realtà di quel paese sospeso tra glorie antiche e moderne difficoltà, è impossibile non sentirsi circondati dall’incanto, come se ogni cosa riuscisse ad avvolgere il viaggiatore in una rete magica, dove anche l’aria sembra portare echi di filosofia, di miti e di lirica immortale.


Dopo tante esperienze, un viaggio da sola ai confini del mondo, un altro in un paradiso dove niente è come appare, un terzo dove invece la Bellezza si rivela in tutto il suo splendore, senza lati oscuri. Un filo rosso lega ciò che è straordinariamente bello al dolore, ai drammi sociali: il Meraviglioso, bello e terribile domina il nostro mondo.

Esiste un’unione quasi impossibile nella realtà di due paesi molto diversi tra loro, Sud Sudan e Repubblica Dominicana, che presentano tanti punti di somiglianza: l’estrema Bellezza della Natura, la sua pace, la sua serenità contrapposta a orrori, drammi sociali, ricchezza e miseria, tutto e nulla, rifugiati e migranti ridotti in schiavitù, guerra infinita e razzismo senza fine. Ma c’è anche il lavoro tenace di chi vuole portare cambiamenti concreti, utili alla gente, di chi crede ancora nella giustizia sociale e nella pace.
Contrasti fortissimi che suscitano emozioni profonde: un filo rosso che percorre due mondi, un sogno africano e un sogno tropicale a confronto con il reale.
Tutto questo si placa nell’esplorazione di un’altra parte del mondo, la Grecia che, sotto il manto amorevole di dei e miti millenari, accompagnata dalla musica di versi immortali, espone davanti agli occhi stupefatti del viaggiatore una Bellezza pura e incontaminata, dove l’uomo si è integrato nella Natura, rispettandola, addomesticandola, e la dona come il gioiello più prezioso da custodire.


"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
nelle migliori librerie, nelle catene Mondadori, Feltrinelli e Ubik
sugli store online Amazon  IBS ecc

martedì 1 gennaio 2019

Sud Sudan: diario di un viaggio agli estremi del mondo

di Tiziana Viganò

IL PRIMO CAPITOLO DI "VIAGGI DI NUVOLE E TERRA", 2018, MACCHIONE EDITORE


Un viaggio a ottanta chilometri da un fronte di guerra, un ospedale sperduto nelle paludi del Sud Sudan, in una zona ricca di petrolio e devastata da sessanta anni di guerra. Un progetto di sviluppo in un paese che continua a ripetere errori che portano al fallimento di ogni tentativo di progresso e all’estrema povertà. Il diario di un viaggio speciale e di esperienze vissute in un villaggio come tanti, un luogo estremo ai margini del mondo, simbolo di migliaia, milioni di altri villaggi dove la guerra e la povertà estrema regolano la vita di uomini, donne e bambini: un luogo che suscita emozioni fortissime, inducendo la riflessione sul modo di vivere e sulla visione del mondo indotti dalla società occidentale. Rifugiati e migranti prima interni ora esterni al paese, in fuga verso gli illusori eden europei. Solo la bellezza della Natura rimane impassibile e intatta in questa parte del mondo.

Andare via

Da un po' di tempo la vita che conduco in Italia mi sembra povera di significato e colma di difficoltà continue, che vedo per lo più intrinseche nel modo di vivere del nostro paese.
Difficilmente posso influenzare questa parte del mondo esterno, anche se con qualche accorgimento posso difendermi o accettarlo o selezionare nell’ambiente solo ciò che mi serve: ogni giorno però mi affatico a risolvere problemi che non mi sembrano reali, ma sovrastrutture di una società complicata e distonica.
Soprattutto mi sembra di sprecare energia senza utilità.
Sono alla ricerca di un significato profondo, e questo per me vuol dire andare all'essenza, semplificare, togliere, se mai è possibile, quello che nasconde verità alle cose.
Non riuscendo ad arrivare a capo di questo problema filosofico, ho cominciato a pensare che fosse necessario iniziare rompendo gli schemi abituali del vivere, e mi sono guardata intorno.
Così ho cominciato a esplorare il mondo africano: di fronte ai fatti terribili cui si assiste in questi paesi massacrati dalla guerra, mi piace insistere non sulla distruzione, ma sul passo seguente, positivo, la costruzione di qualcosa di nuovo. Così come succede in Natura.
Dopo una fase della vita conclusa, dopo uno stress, il cambiamento non è mai facile, ma senza questo passo indispensabile non c'è evoluzione, né speranza nel futuro, in qualunque campo della vita e in qualunque luogo. Così come succede nella persona umana, che ho studiato, praticando, soprattutto nell'ambito della psicologia, della comunicazione e delle conseguenze dello stress nel campo psicofisico.

Pian piano ho deciso che avrei dovuto vedere con i miei occhi e accedere alla realtà di un paese dell'Africa Nera secondo modalità che non avevo mai sperimentato. "Porta itineris longissima esse dicitur", la porta, l'inizio, è la cosa più lunga del viaggio, ma prima o poi nella vita è utile intraprendere un percorso significativo per sé, un viaggio interiore.

venerdì 28 dicembre 2018

Sud Sudan: un villaggio un destino. Un capitolo da "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò

Un viaggio forte, emozionante in un paese in guerra da 60 anni. Il secondo capitolo della parte del libro dedicata al Sud Sudan: un'avventura ai confini del mondo...pagg 16-20

Viaggio verso l’ignoto

Il lunghissimo viaggio verso questa meta è una metafora di come ci si debba avvicinare a una realtà così forte e brutale per i nostri occhi di occidentali, troppo abituati a considerare i problemi della sofferenza e della morte come qualcosa da rimuovere velocemente dalla coscienza.
La lentezza, se vissuta senza l'insofferenza che ci è abituale, permette di riflettere e di adeguarci, di giorno in giorno, di tappa in tappa, di ora in ora, a una realtà che va “digerita” a piccoli bocconi, masticati ed elaborati uno alla volta.

L’atterraggio a Nairobi è una sorpresa: i dintorni verdi e ben coltivati, una metropoli modernissima con grattacieli e parchi di vegetazione tropicale, ma con slums ben visibili dall’aereo.
La città, su un altopiano di millesettecento metri di altitudine, con una circolazione automobilistica incredibile (sicuramente il “passo d’uomo” è più veloce!) e un inquinamento record, è molto simile alle città occidentali, ma con qualcosa di particolare che mi colpisce, un’energia, una tensione verso il futuro e un fascino che faccio fatica a definire.
Dagli alberi che ornano i viali e i bellissimi parchi, miriadi di uccelli – tra cui tanti marabù, grigi, enormi – stanno a guardare dall’alto l’umanità che passa a piedi o bloccata nelle lamiere roventi delle auto. Qua e là s’intravedono vicoli con baracche vicino a centri commerciali eleganti, belle architetture vicino a luoghi sgretolati: una città enorme, piena dei contrasti che nel mio immaginario sono la vera rappresentazione di una metropoli, ovunque nel mondo, nel suo bello e bellissimo, brutto e bruttissimo, ricco o misero.

Da Nairobi il piccolo aereo di una compagnia privata porta i passeggeri verso il confine con il Sud Sudan, a Lokichoggio, attraversando verdi altopiani solcati da fiumi in secca e montagne con creste e speroni rocciosi. Spettacolare sul suolo il disegno a onde di alteterre nella faglia della Rift Valley, che scendono digradando verso il lago Baringo, con al centro un’isola rotonda e il Bogoria: poco prima dell'atterraggio comincia la savana col suo colore uniforme a perdita d’occhio.
Lokichoggio è un posto creato dal nulla, a trenta chilometri dal confine col Sudan, come base ONU durante la guerra: ora serve ancora per le organizzazioni umanitarie che dal mondo sono arrivate a soccorrere le popolazioni sudanesi. Molte hanno un ufficio permanente, magazzini, linee aeree; da qui partono i voli e le truppe delle Nazioni Unite. Più a sud c’è il campo rifugiati di Kakuma, uno dei più grandi di questa zona, che accoglie migliaia di persone provenienti da Sudan, Congo, Somalia, Etiopia.
Loki è una grande baraccopoli con botteghe di lamiera ondulata, plastica e materiali di recupero, dove si vende di tutto, in mezzo alla spazzatura, che rimane sul posto.
Anche qui mi colpiscono i voli degli uccelli: all'aeroporto, tra le innumerevoli carcasse di piccoli aerei, tanti e tanti corvi fanno rabbrividire; invece altrove, nel confortevole lodge dove sostiamo, ci sono mille tortore con una macchia rossa sull'occhio ed elegantissime egrette bianche.

Con un'altra tappa si arriva a Juba, la capitale del Sud Sudan, sdraiata lungo il corso del Nilo Bianco: vuole vantare un aspetto da città, ma nel suo schema ortogonale, con numerose aree verdi, si vede un alternarsi di tukul, tipiche capanne a pianta circolare con l’alto tetto conico, casette bianche col tetto di lamiera ondulata verniciata di rosso e qualche edificio in muratura.

Atterriamo di nuovo sulla pista in terra battuta di Rumbek, con gli immancabili rottami degli aerei schiantati e ripartiamo subito per un’altra tappa. Pochi minuti dopo appare un largo fiume costeggiato da grandi paludi. Il suolo qui è pianeggiante: l'acqua scorre lentamente perché si scava il letto senza la forza della pendenza e cambia spesso il suo corso trovando nuove vie. I meandri vecchi e nuovi disegnano curve continue sul suolo, come nastri srotolati in un quadro astratto, dove predominano diverse tonalità di verde chiaro e di verdazzurro, alternati ai rossi e ai bruciati della terra e al color ocra gialla dell'acqua limacciosa.
Il Sud Sudan è il territorio della “grande palude”, che gli antichi egizi conoscevano come il posto dove il suolo, inondato d’acqua senza limite, decretava la fine del mondo: le esondazioni dei numerosi fiumi lasciano il loro limo sul terreno, ma la superficie è immensa, difficilmente coltivabile e difficilmente raggiungibile, tanto che gli arabi l’hanno chiamata “grande barriera”, Sudd.
Per venti minuti l'aereo sorvola la savana completamente vuota, solo le nubi bianche e filanti creano ombre in movimento sul terreno: poi cominciano ad apparire minuscoli insediamenti, dapprima molto lontani fra loro, uniti da sottilissime piste battute dal cammino degli uomini. Più avanti piccole aree a forma quadrata o rotonda, unite tra loro da un reticolo fitto di sentieri, e poi ancora una lunga linea retta, di terra rossa battuta, come un'autostrada primitiva apparsa nel nulla.

L'aereo si ferma ancora a Wau, una città discretamente estesa, anche questa con schema ortogonale: in mezzo ai tukul e alle casette si vedono campi da calcio. Le costruzioni e una grande area a magazzini, il compound delle Nazioni Unite, terminano sulla riva del fiume Jur, attraversato da un ponte. Da lì la lunga strada rossa si apre a V e sembra perdersi nell’infinito.
Sulla pista di quello che, con un po’ di fantasia, sembra un aeroporto, saliamo su un Cessna a dieci posti, con l'ala sopra la fusoliera.
Fuori città si vedono molti insediamenti vuoti e zone di savana con resti di incendi. Durante la stagione umida i pastori seminomadi costruiscono il loro insediamento, lo abbandonano all'arrivo della stagione secca per spostare le mandrie altrove, e incendiano le sterpaglie: una tecnica antichissima, che però impoverisce il suolo e accelera la desertificazione.

Il paesaggio non cambia da Wau ad Agok, ultima meta del viaggio in aereo, tranne qualche magra coltivazione di sorgo con rese infime.
Si vedono molti campi di rifugiati, qui. I combattimenti di maggio sono stati vicini e i disperati in fuga si sono trasferiti in questa città. Le loro capanne si distinguono nettamente dalle altre di chi è stanziale, per la loro precarietà: gli sfollati, dispersi e sradicati dalla loro terra, dalla loro società, dalle loro tradizioni, non hanno più niente, niente da mangiare, niente di niente, spesso neppure la pentola in cui far cuocere un po' di polenta.
 
Scesi all'aeroporto di Agok, la solita pista sconnessa di terra battuta, saliamo sul pulmino guidato da Padre A., il sacerdote ugandese della Missione e cominciamo il lunghissimo viaggio di quaranta chilometri per arrivare alla nostra meta. Impiegheremo circa tre ore, sull’infinita pista di terra battuta che dall’aereo si vedeva tagliare in linea retta la savana. Costruita dai cinesi e terminata nel 2007, collega questa zona con el-Obeid e Khartoum, centinaia di chilometri a Nord. Le inondazioni dei mesi scorsi, durante la stagione delle piogge, l'hanno ridotta a un percorso da rally: innumerevoli veicoli, compresi i carri armati, hanno lasciato profonde buche, in alcuni tratti la strada è franata e costringe a percorsi alternativi, ogni giro di ruota è un salto o uno scossone.

La scarsa velocità permette di osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. Capanne sparse o vicine l'una all'altra, molte sommerse, così gli abitanti hanno dovuto trasferirsi nel centro vicino, acquitrini dove la gente pesca con qualunque mezzo, perfino con le zanzariere rosa che erano state distribuite dalle organizzazioni per uno scopo ben diverso...
Nelle paludi splendide cicogne e gru coronate, egrette bianche e aironi grigi, ibis, uccelli sacri nell’antico Egitto; mucche, pecore e capre dovunque sembrano le autentiche padrone del territorio.
Sulla strada arrancano scassatissimi camion che ondeggiano pericolanti, con un carico umano inverosimile nel cassone posteriore, oppure pullman stipati di gente, con una montagna di bagagli sul tetto: un fenomeno di equilibrio.
Impressionante il numero di persone in marcia: camminano e camminano anche a piedi nudi, sono di tutte le età, uomini donne bambini, atletici e instancabili, quasi tutti con un carico da portare in bilico sulla testa.
Alla fine la nostra strada termina in una spianata enorme, dove il vento fa vorticare la sabbia chiara e il sole a picco offusca la visione: siamo arrivati nella “Main Street”.