La bellezza dei boschi in autunno è qualcosa che conosco bene, vivendo in Irlanda, terra di smeraldo che fluttua sull’oceano con i suoi boschi immensi. Le foglie che cambiano colore, il giallo che sfuma nell’arancio, quell’odore di terra umida che ti resta addosso anche dopo essere tornata a casa. Cammino spesso nei boschi vicino casa, in silenzio. Mi piace il rumore delle foglie sotto le scarpe, quel suono secco che accompagna i pensieri. L’autunno è la mia stagione preferita. Non mi è mai sembrato una stagione che muore, ma un tempo che riflette e si prepara alla rinascita.
Quando ho iniziato questo romanzo ho sentito subito qualcosa di familiare. Quell’autunno che avvolge il paese, il passo lento, incerto ma attento, di una donna anziana che non si lascia spegnere dal tempo né dalla routine. Una donna che osserva, ascolta, registra. Che passeggia con i suoi cani, uno nel passeggino e due al guinzaglio, e che potrebbe sembrare solo una figura tenera, nostalgica, quasi ai margini della scena. E invece no. Lei è intuito, è genio, è desiderio di capire.
Mi ha colpita molto la scelta narrativa di dare centralità a due protagonisti anziani. Non come memoria nostalgica del passato, ma proprio come energia viva. Come se l’età non fosse un limite ma piuttosto uno sguardo più profondo sulle cose. L’amicizia tra questa signora e Carlo è la parte più tenera e, in certi momenti, anche la più divertente del romanzo. La loro è un’amicizia antica, fatta di complicità, rispetto, stima reciproca. Due persone che hanno attraversato la vita e le sue difficoltà, ognuna con le proprie ferite, ma con un legame saldo.
Carlo, industriale in pensione e appassionato pescatore, è lì, silenzioso e solido come un’ancora alla sua nave; lei invece è curiosa, vivace, instancabile, con quel sogno quasi segreto di scrivere un noir. Mi è piaciuto molto vedere come la loro curiosità diventi spinta narrativa. È profondamente umano non accontentarsi delle versioni ufficiali delle cose che accadono intorno a noi.
Ed è proprio qui che arriva uno degli aspetti che ho apprezzato di più: le indagini parallele. Da una parte la polizia, con le sue procedure, la raccolta delle prove. Dall’altra lei, loro, con un’indagine fatta di attenzione, osservazione, intuizione, di informazioni raccolte nei luoghi della quotidianità, tra pettegolezzi, silenzi e sospetti. Non è una gara tra il metodo ufficiale e quello ufficioso. Sono due modi diversi di cercare la verità, perché la verità non sempre si lascia afferrare solo dalle procedure; a volte si nasconde nei dettagli, apparentemente semplici e banali ma fortemente complessi.
Ma oltre a questa coppia così atipica e affiatata, che rende il ritmo del romanzo un cozy crime, il romanzo tocca anche una parte oscura e dolorosa: il tema dello sfruttamento delle ragazze, dei festini nascosti dietro facciate rispettabili, del potere che usa, sfrutta e abbandona. Questa parte mi ha fatto riflettere molto. Mi ha fatto pensare a quanto siano vulnerabili certe giovani vite, soprattutto in paesi rurali dove le opportunità sembrano poche, dove i sogni sono grandi ma le strade per raggiungerli sono strette e tortuose. Dove a volte si scende a compromessi pensando di trovare una scorciatoia, e quella scorciatoia si trasforma in una trappola.
Ambizione, ingenuità, necessità portano a fare scelte difficili. E poi il rischio di non riuscire più a uscire da quel giro, perché non diventa solo difficile, diventa pericoloso. Mi sono chiesta quanto sia fragile la linea tra scelta e costrizione quando tutto attorno a te ti intrappola e ti trattiene, quanto pesi il silenzio di chi sa ma preferisce non parlare, quanto faccia comodo voltarsi dall’altra parte.
Questo romanzo non è solo un giallo, è anche una rivelazione. Sotto la quiete dei boschi, sotto la rispettabilità del paese e delle persone perbene, si muovono ombre.
Lo stile dell’autrice è scorrevole ma attento alla dimensione umana; alterna la bellezza della passeggiata, l’amicizia, la curiosità alla parte più cupa e sociale. Il sogno della signora anziana di scrivere un noir mi ha fatto tenerezza, perché in fondo, mentre osserva, ascolta e indaga, sta già vivendo la sua storia.
Anche ora, dopo aver letto questa storia, la vedo, sapete? Quella donna che cammina, che osserva.
Nei boschi in autunno ci sono stata tante volte. Il silenzio sembra tranquillo, ma se ti fermi davvero senti che sotto c’è movimento. Non tutto è come appare e ci vuole solo attenzione.
Per me la curiosità è proprio questo: attenzione.
Non è parlare degli altri, non è far finta di non vedere. È sentire che qualcosa non torna e restare lì, anche se sarebbe più facile tirare dritto.
La curiosità, se nasce dalla coscienza, non fa male; se nasce dall’umanità, non umilia nessuno. È solo un modo onesto — e anche utile — di stare nel mondo.
Ci lamentiamo spesso dei vicini curiosi, quando poi, se accadono crimini, sono proprio loro i primi a riuscire a fornire informazioni importanti agli inquirenti. Ci chiudiamo dentro casa, chiudiamo tende e finestre per proteggere quella che amiamo chiamare la nostra privacy, non vogliamo che nessuno sappia nulla delle nostre vite.
E invece un occhio attento e vigile può cambiare il corso delle cose, e anche delle indagini.


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