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domenica 16 ottobre 2022

"L'isola delle scale proibite" di Luca Olivieri e Andrea Marangon. Novità in libreria


Può una vacanza alle Hawaii diventare un viaggio di trasformazione?

Luca Oliveri e Andrea Marangon imprenditori, travel blogger e oggi anche autori.

Luca Oliveri è un imprenditore nel campo dell’hairstyling mentre Andrea Marangon, un medico. Entrambi hanno la passione per i viaggi e la fotografia naturalistica, tant’è che hanno creato un blog (https://lucaoliveri.net/) attraverso cui condividono, non solo le fotografie dei luoghi visitati, ma anche (e soprattutto) le loro esperienze di viaggio.

I due professionisti nel campo della bellezza hanno pubblicato, il 13 luglio, un romanzo edito da Do It Human Editori. Il libro è già in ristampa a soli pochi mesi dalla sua uscita.

“L’Isola delle scale proibite” è il titolo dell’opera. Il libro verte su un quesito: “può una vacanza alle Hawaii diventare un viaggio di trasformazione?”  A Davide e Samuel succede. Arrivati a Honolulu scoprono, per caso, l’esistenza nell’isola di una vetta sacra raggiungibile attraverso una scala proibita che decidono di affrontare non immaginando nessuna delle peripezie con le quali toccherà loro scontrarsi. Magia, superstizione, e fantasia si confondono e si intrecciano con la realtà. Un viaggio ricco di emozioni che diventa la scoperta di una terra inattesa, mitologica e bellissima, in un non luogo che non sanno dove li porterà. I due si troveranno scaraventati in una dimensione parallela senza tempo e spazio attorniati da diversi personaggi: alcuni misteriosi e custodia del segreto dei loro antenati e altri, più coraggiosi, che li guideranno nella loro impresa attraverso una natura tanto selvaggia e inospitale, quanto incantevole e feconda. Un viaggio dove il lettore si immedesima nei due protagonisti e, come loro, si rende conto che “le persone salgono solo perché pensano di godere della vista epica lassù. In cima, in realtà, scoprono un nuovo sé riflesso nella natura e, a quel punto, alcuni sorridono, altri piangono.” 

La storia del romanzo prende ispirazione dai luoghi che hanno esplorato, in particolar modo dall’isola di Oahu (Hawaii)- l'isola vulcanica che ospita la capitale Honolulu e la famosa Pearl Harbor: la scala Haiku, nota anche come Stairway to Heaven. Si tratta di una scalinata in metallo formata da quasi 4.000 scalini e costruita in legno durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1942, dalla Marina Americana per installare e controllare le antenne necessarie al collegamento con la Naval Station Radio. La lunga e ripida gradinata doveva inoltre collegare le valli di Haiku e Wahiawa, due verdeggianti pianure solcate e divise da un rilievo velato da una fitta vegetazione tropicale. Dopo l'abbandono della base navale negli anni '50, le scalinate furono ristrutturate e sostituite con 3.922 gradini di metallo: la Guardia Costiera statunitense ha infatti dato al luogo un'altra veste, trasformandolo in una stazione Omega Navigation System. Nel 1987, insieme con la stazione, fu chiuso al pubblico anche il sentiero. Nonostante le intimidazioni e i cartelli, a partire dagli anni '90 innumerevoli e impavidi escursionisti iniziarono ad addentrarsi nel vorticoso percorso salendo le scale e raggiungendo la cima.


Haiku Stairs (la Scala Proibita) divenne per gli autori fonte di ispirazione per la stesura del libro, volgendo da tramite tra il viaggio corporeo e quello spirituale. 

E questo è ciò che Luca Oliveri e Andrea Marangon vogliono trasmettere attraverso il loro blog e le loro pagine sul profilo Instagram che vanta oltre 117k follower attivi (www.instagram.com/lucaoliveri90/). In tanti, infatti, seguono costantemente le varie tappe percorse durante i loro viaggi, raccontati attraverso le emozioni.

 

Visita le loro pagine sui social:

https://lucaoliveri.net/

https://www.instagram.com/lucaoliveri90/

https://www.tiktok.com/@thelucaoliveri

https://www.youtube.com/thelucaoliveri

martedì 26 gennaio 2021

"I Navigli di Milano" di Giancarlo Bosini

 DALLA QUARTA DI COPERTINA

Un viaggio attraverso i secoli per scoprire le premesse e le motivazioni che hanno portato alla realizzazione della complessa rete idroviaria lombarda; una rete di canali, con fulcro Milano, che metteva in comunicazione il Lario con il Verbano, permettendo di navigare fino al Po e a Venezia.

L’avverarsi di un antico sogno, quello di collegare il capoluogo lombardo all’Adriatico per mezzo delle vie d’acqua, che paradossalmente si è infranto con la fine delle linee navigabili interne, avvenuta poco dopo il loro completo utilizzo.


ESTRATTO PAG. 13-17

Con la decadenza dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), a cui seguirono i cosiddetti “secoli bui” del Medioevo, tutto il territorio risentì dell’abbandono delle attività agricole e, conseguentemente, ricomparvero foreste e paludi.

Idrografia della città di Milano al 1888.
Era possibile contare più di un centinaio
di corsi d’acqua artificiali, navigabili o
utilizzati per l'irrigazione e per alimen-
tare mulini ad acqua.

Le popolazioni che si riversarono nella Penisola Italiana a partire dal V secolo erano per la maggior parte nomadi e quindi scarsamente interessate a creare insediamenti stabili nelle zone occupate o a realizzare tracciati viari, tanto meno fluviali.

Per tutta la durata dell’Alto Medioevo l’agricoltura fu praticamente abbandonata e non si manifestò così alcuna necessità di ideare forme artificiali di irrigazione.

Nuove bonifiche nei terreni attorno a Milano avvennero dopo il XII secolo, grazie ai primi insediamenti monastici benedettini, spesso sorti in aree acquitrinose o boschive. I monaci si dedicarono alla loro bonifica, realizzando una fitta rete di rogge e fossati in grado di drenare i terreni impaludati e di irrigare quelli aridi.

Tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, nacque il libero comune. Il movimento autonomista, che si sviluppò in quegli anni come reazione al controllo degli imperatori tedeschi, vide Milano assumere un ruolo centrale e il suo esempio fu subito seguito da molte altre città della penisola.

domenica 10 novembre 2019

"Viaggi di nuvole e terra" finalista al premio letterario Città di Palestrina 2019 per la narrativa di viaggio


"Viaggi di nuvole e terra" è nella rosa dei finalisti del
Premio per la letteratura di viaggio L’Albatros - Città di Palestrina 2019 - XXII edizione

Difficile competere con un big come Enrico Brizzi!



Domenica 20 ottobre 2019, nella splendida cornice del Complesso degli Edifici del Foro di Praeneste a Palestrina, la Giuria Ufficiale presieduta da
Loredana Lipperini, Andrea Esposito e Graziano Graziani,
ha assegnato il Premio per la letteratura di viaggio L’Albatros - Città diPalestrina 2019 ex equo a:

ENRICO BRIZZI CON “IL CAVALIERE SENZA TESTA” ED. PONTE ALLE GRAZIE
LEONARDO PICCIONE CON “IL LIBRO DEI VULCANI D'ISLANDA” ED. IPERBOREA

La Giuria degli studenti ha decretato vincitore lo scrittore Paolo Ciampi con il libro “Gli occhi di Firenze” ed. Bottega Errante

I libri finalisti del premio L'Albatros Città di Palestrina 2019: "Viaggi di nuvole e terra" è sul tavolo!


venerdì 13 settembre 2019

“Passaggi in Grecia” di Claudia Berton. Recensione di Tiziana Viganò


Un libro prezioso, di grande eleganza e raffinata cultura, da assaporare lentamente. “Passaggi in Grecia” (2019, Oltre edizioni) è un viaggio nella cultura, nella terra e nella storia greca scritto con penna da innamorata, che ammalierà tutti coloro che sono stati colti dal mal di Grecia - di cui sono affetta anch’io, da ben quarant’anni -. È un’attrazione, di più, un vero amore, che fatalmente porta a tornare e ancora tornare, per tutta la vita, per esplorare e gustare tutti gli aspetti di quel meraviglioso paese.

In Grecia la Natura è simbolo di Bellezza e Armonia, che invadono l’anima, la sconvolgono. Contemplarla dà pace, perché solo la bellezza può sconfiggere la morte, così

“chi si imbeve di bellezza diventa immortale”.

L’unicità di un paesaggio che rasenta la perfezione con la sua essenzialità, perché niente è superfluo o invadente o stonato: una luce impareggiabile domina e riempie lo sguardo, le ombre lo riposano, odori e colori e sensazioni colpiscono il viaggiatore e non lo lasciano più. È il fascino di una vita informale e semplice, paesaggi agresti che conservano un’impronta antica, selvaggia. È la gente greca che attrae con la sua semplicità e la sua socievolezza, tipica di chi è abituato ad accogliere popoli di ogni stirpe; che affascina con la sua saggezza millenaria, il coraggio e l’orgoglio, lo spirito contemplativo, la capacità di adattarsi a ogni situazione, ma anche quella di ribellarsi a chi insidia la sua libertà.

domenica 6 gennaio 2019

Due brani dedicati alle donne tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" di Tiziana Viganò

Due brani tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" (2018, Macchione editore)

Storie di donne di batey (baraccopoli) nella Repubblica Dominicana, che ho raccolto parlando con loro: non ci sono parole per descrivere quello che ho provato ascoltando loro e altre persone. 
Lascio a voi che leggete i pensieri e le emozioni che questi racconti possono suscitare.

Sono donne che vivono senza documenti nelle piantagioni di canna da zucchero,  la condizione degli haitiani clandestini è agghiacciante...attorno l'isola dei sogni tropicali tra resort e spiagge stupende. Un finto paradiso, un turismo placebo, come una spolverata di zucchero su una realtà di cui pochi sono consapevoli.
...E la condizione degli uomini non è migliore, sono "schiavi in libertà".
  
pag 135

Madri di zucchero bruciato

Click.
Davanti al mio obiettivo si mettono in posa e sorridono.
Non importa il vestito logoro, non importa la pettinatura improbabile, neppure lo sfondo della casetta o della baracca di legno pericolante. Essere fotografate le riempie d’orgoglio, mi sto interessando a loro.

Pelle giovane, di mille sfumature di cioccolata, dal fondente al latte più chiaro, è liscia e stranamente asciutta sotto il calore allucinante che fa scoppiare i pori della nostra pelle bianca.
Pelle nera con rughe feroci, gonfia di mille pene, sculture di una storia: solo quaranta anni, sudati sangue.
Click.
I capelli neri e crespi sono sempre domati e stretti in mille forme fantasiose: le bambine sono splendide con i loro codini treccine rotolini rasta, pieni di perline e nastri colorati, le donne hanno la passione per unghie e capelli, ma certe madri hanno poco tempo per sé, o farse non hanno troppa voglia di curarsi, si accomodano una retina e via. Anche lo stato dei capelli parla della loro vita.
Click.
Sono gli occhi che colpiscono fino in fondo al cuore: con la forma a mandorla delle antilopi e con la rima nera non hanno bisogno di trucco per essere bellissimi, dolci e miti, arrendevoli e rassegnati.
Le donne giovani hanno occhi che sorridono, c’è ancora speranza e voglia di vivere; nelle altre gli anni hanno segnato profondamente il volto con solchi d’aratro, hanno tolto luce agli occhi che si stringono, si difendono, a volte c’è un vuoto, a volte un’emozione indefinibile, quale sarà il film che scorre in quel momento nella loro mente, fotogrammi di una vita durissima, fatta di dolore e di precarietà, di ferro e di fuoco, di soprusi e di violenze, di sottomissione e di privazione. 
Click.
Le braccia sorreggono il corpo dei loro bambini, il gesto naturale delle mamme di tutto il mondo, ma non sempre lo circondano per proteggerlo, forse sanno che è inutile, o forse sanno di non esserne capaci: il mondo è troppo forte per loro. I bambini hanno forme rotonde, come tutti i cuccioli, ma la pancia troppo gonfia dice molte cose sulla malnutrizione. Qualche bambino siede solo e nudo sul terreno polveroso e sporco, non lontano dalla spazzatura e si succhia le dita, altri corrono e si rotolano per terra, giocano senza giocattoli, gridano, ridono, come tutti i bambini del mondo. L’occhio della comunità li segue, senza preoccuparsi troppo. Le madri con occhi smarriti si chiedono cosa metteranno in pentola per i loro figli, dove troveranno di che sfamarli.
Click.

una donna tagliatrice di canna da zucchero
Le foto che ho scattato alle donne e ai bambini sono sul desktop illuminato: quelle facce nere mi guardano e io guardo le loro espressioni, le forme e i colori, gli sfondi con le baracche, le casette e i muri scrostati. Dov’è la rigogliosa natura caraibica dei nostri sogni di europei? Solo in una foto compare un gigantesco fiore di banana che grava sulla testa di Helena, come una lancia, come una spada di Damocle: inconsciamente ho escluso la natura in queste foto, ma ho trovato questo simbolo forte della sua vita e di quella di altre che mi hanno raccontato la loro storia. Sento ancora le loro voci, chiare o rauche, sempre pacate, sussurrate, dai toni molto bassi, nella loro lingua un po’ strana che suona come un fattore di ulteriore diversità dal contesto sociale dove la sorte le ha scaraventate...

una maestra
Essere donne è difficile, sempre, ma ci sono luoghi nel mondo dove è sempre guerra, anche senza spari e bombe. Qui, in un paese della grande America, si perpetua una realtà che noi europei pensiamo finita per sempre o possibile solo in alcuni luoghi lontani dell’Africa o dell’India profonda: lo schiavismo esiste ancora, incatena senza catene esseri umani, violenta i loro diritti prendendosi gioco delle leggi internazionali, firmate a tavolino lontano dai luoghi dove si consuma e si corrode la vita reale sull’altare del denaro.
Donne più che vulnerabili ed esposte in una società maschilista e retriva, che castra lo sviluppo personale, a volte anche mentale, nega autonomia per la cronica mancanza di lavoro, condanna le donne alla dipendenza e alla sottomissione a un uomo. Adolescenti già incinte, partoriscono figli troppo spesso abbandonati, subiscono violenze, vedono nella prostituzione una delle poche soluzioni per garantirsi un pasto al giorno.

La fame, oscena.
Se in Europa si parla di pari opportunità, di diritti, di libertà, ci sono paesi in cui la speranza è solo un filo di luce che s’intravede in una oscurità che sembra non poter mai essere squarciata, ci si può aggrappare a quel  filo immateriale ed essere sempre a terra.
Eppure si può sorridere ancora, nonostante tutto.

pag 176

Storie di donne dei bateyes

Il terremoto ha sterminato la sua famiglia e così è fuggita dall’inferno e dall’atroce miseria di Haiti con una figlia di pochi mesi tra le braccia. Loucette ha un corpo e un viso da adolescente con i suoi 38 anni, ma nella sua vita ha passato dolori e traumi che schianterebbero chiunque. Eppure è tranquilla, sorridente, gentile, parla piano e si muove con grazia sgusciando tra la gente, quasi volesse rendersi invisibile.
“Sono viva, non sono malata, riesco a fare qualche lavoretto e comprare da mangiare per me e mia figlia. Sono felice. Certo, quando lavoravo negli hotel ero più contenta, ma con la legge sulle migrazioni mi hanno licenziata perché non avevo i documenti in regola. Non ho più potuto lavorare, se non saltuariamente, ma ora ho trovato due signore italiane da cui vado per fare le pulizie, dicono che sono brava e mi vogliono bene: mi danno sempre qualcosa da mangiare, mi pagano. Avevo un uomo, ma mi ha abbandonato quando ero incinta: ho partorito nel batey perché non potevo andare in ospedale senza documenti, ho avuto tanta febbre e il bambino è morto subito dopo. Sono viva per miracolo, ancora una volta, dopo il terremoto”.

sabato 5 gennaio 2019

"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. FILM Sud Sudan, un villaggio, un destino



"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
un filmato che racconta per immagini la prima parte del libro
"Sud Sudan: un villaggio, un destino"
un viaggio a ottanta chilometri da un fronte di guerra, un ospedale sperduto nelle paludi del Sud Sudan, in una zona ricca di petrolio e devastata da sessanta anni di guerra. Volontari italiani per un progetto di sviluppo in un paese che continua a ripetere errori che portano al fallimento di ogni tentativo di progresso e all’estrema povertà. Rifugiati e migranti prima interni ora esterni al paese, in fuga verso gli illusori eden europei. Solo la Bellezza della Natura rimane impassibile e intatta in questa parte del mondo.

Dopo tante esperienze, un viaggio da sola ai confini del mondo, un altro in un paradiso dove niente è come appare, un terzo dove invece la Bellezza si rivela in tutto il suo splendore, senza lati oscuri. Un filo rosso lega ciò che è straordinariamente bello al dolore, ai drammi sociali: il Meraviglioso, bello e terribile domina il nostro mondo.

Esiste un’unione quasi impossibile nella realtà di due paesi molto diversi tra loro, Sud Sudan e Repubblica Dominicana, che presentano tanti punti di somiglianza: l’estrema Bellezza della Natura, la sua pace, la sua serenità contrapposta a orrori, drammi sociali, ricchezza e miseria, tutto e nulla, rifugiati e migranti ridotti in schiavitù, guerra infinita e razzismo senza fine. Ma c’è anche il lavoro tenace di chi vuole portare cambiamenti concreti, utili alla gente, di chi crede ancora nella giustizia sociale e nella pace.
Contrasti fortissimi che suscitano emozioni profonde: un filo rosso che percorre due mondi, un sogno africano e un sogno tropicale a confronto con il reale.
Tutto questo si placa nell’esplorazione di un’altra parte del mondo, la Grecia che, sotto il manto amorevole di dei e miti millenari, accompagnata dalla musica di versi immortali, espone davanti agli occhi stupefatti del viaggiatore una Bellezza pura e incontaminata, dove l’uomo si è integrato nella Natura, rispettandola, addomesticandola, e la dona come il gioiello più prezioso da custodire.


"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
nelle migliori librerie, nelle catene Mondadori, Feltrinelli e Ubik
sugli store online Amazon  IBS ecc

martedì 1 gennaio 2019

Sud Sudan: diario di un viaggio agli estremi del mondo

di Tiziana Viganò

IL PRIMO CAPITOLO DI "VIAGGI DI NUVOLE E TERRA", 2018, MACCHIONE EDITORE


Un viaggio a ottanta chilometri da un fronte di guerra, un ospedale sperduto nelle paludi del Sud Sudan, in una zona ricca di petrolio e devastata da sessanta anni di guerra. Un progetto di sviluppo in un paese che continua a ripetere errori che portano al fallimento di ogni tentativo di progresso e all’estrema povertà. Il diario di un viaggio speciale e di esperienze vissute in un villaggio come tanti, un luogo estremo ai margini del mondo, simbolo di migliaia, milioni di altri villaggi dove la guerra e la povertà estrema regolano la vita di uomini, donne e bambini: un luogo che suscita emozioni fortissime, inducendo la riflessione sul modo di vivere e sulla visione del mondo indotti dalla società occidentale. Rifugiati e migranti prima interni ora esterni al paese, in fuga verso gli illusori eden europei. Solo la bellezza della Natura rimane impassibile e intatta in questa parte del mondo.

Andare via

Da un po' di tempo la vita che conduco in Italia mi sembra povera di significato e colma di difficoltà continue, che vedo per lo più intrinseche nel modo di vivere del nostro paese.
Difficilmente posso influenzare questa parte del mondo esterno, anche se con qualche accorgimento posso difendermi o accettarlo o selezionare nell’ambiente solo ciò che mi serve: ogni giorno però mi affatico a risolvere problemi che non mi sembrano reali, ma sovrastrutture di una società complicata e distonica.
Soprattutto mi sembra di sprecare energia senza utilità.
Sono alla ricerca di un significato profondo, e questo per me vuol dire andare all'essenza, semplificare, togliere, se mai è possibile, quello che nasconde verità alle cose.
Non riuscendo ad arrivare a capo di questo problema filosofico, ho cominciato a pensare che fosse necessario iniziare rompendo gli schemi abituali del vivere, e mi sono guardata intorno.
Così ho cominciato a esplorare il mondo africano: di fronte ai fatti terribili cui si assiste in questi paesi massacrati dalla guerra, mi piace insistere non sulla distruzione, ma sul passo seguente, positivo, la costruzione di qualcosa di nuovo. Così come succede in Natura.
Dopo una fase della vita conclusa, dopo uno stress, il cambiamento non è mai facile, ma senza questo passo indispensabile non c'è evoluzione, né speranza nel futuro, in qualunque campo della vita e in qualunque luogo. Così come succede nella persona umana, che ho studiato, praticando, soprattutto nell'ambito della psicologia, della comunicazione e delle conseguenze dello stress nel campo psicofisico.

Pian piano ho deciso che avrei dovuto vedere con i miei occhi e accedere alla realtà di un paese dell'Africa Nera secondo modalità che non avevo mai sperimentato. "Porta itineris longissima esse dicitur", la porta, l'inizio, è la cosa più lunga del viaggio, ma prima o poi nella vita è utile intraprendere un percorso significativo per sé, un viaggio interiore.

venerdì 28 dicembre 2018

Sud Sudan: un villaggio un destino. Un capitolo da "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò

Un viaggio forte, emozionante in un paese in guerra da 60 anni. Il secondo capitolo della parte del libro dedicata al Sud Sudan: un'avventura ai confini del mondo...pagg 16-20

Viaggio verso l’ignoto

Il lunghissimo viaggio verso questa meta è una metafora di come ci si debba avvicinare a una realtà così forte e brutale per i nostri occhi di occidentali, troppo abituati a considerare i problemi della sofferenza e della morte come qualcosa da rimuovere velocemente dalla coscienza.
La lentezza, se vissuta senza l'insofferenza che ci è abituale, permette di riflettere e di adeguarci, di giorno in giorno, di tappa in tappa, di ora in ora, a una realtà che va “digerita” a piccoli bocconi, masticati ed elaborati uno alla volta.

L’atterraggio a Nairobi è una sorpresa: i dintorni verdi e ben coltivati, una metropoli modernissima con grattacieli e parchi di vegetazione tropicale, ma con slums ben visibili dall’aereo.
La città, su un altopiano di millesettecento metri di altitudine, con una circolazione automobilistica incredibile (sicuramente il “passo d’uomo” è più veloce!) e un inquinamento record, è molto simile alle città occidentali, ma con qualcosa di particolare che mi colpisce, un’energia, una tensione verso il futuro e un fascino che faccio fatica a definire.
Dagli alberi che ornano i viali e i bellissimi parchi, miriadi di uccelli – tra cui tanti marabù, grigi, enormi – stanno a guardare dall’alto l’umanità che passa a piedi o bloccata nelle lamiere roventi delle auto. Qua e là s’intravedono vicoli con baracche vicino a centri commerciali eleganti, belle architetture vicino a luoghi sgretolati: una città enorme, piena dei contrasti che nel mio immaginario sono la vera rappresentazione di una metropoli, ovunque nel mondo, nel suo bello e bellissimo, brutto e bruttissimo, ricco o misero.

Da Nairobi il piccolo aereo di una compagnia privata porta i passeggeri verso il confine con il Sud Sudan, a Lokichoggio, attraversando verdi altopiani solcati da fiumi in secca e montagne con creste e speroni rocciosi. Spettacolare sul suolo il disegno a onde di alteterre nella faglia della Rift Valley, che scendono digradando verso il lago Baringo, con al centro un’isola rotonda e il Bogoria: poco prima dell'atterraggio comincia la savana col suo colore uniforme a perdita d’occhio.
Lokichoggio è un posto creato dal nulla, a trenta chilometri dal confine col Sudan, come base ONU durante la guerra: ora serve ancora per le organizzazioni umanitarie che dal mondo sono arrivate a soccorrere le popolazioni sudanesi. Molte hanno un ufficio permanente, magazzini, linee aeree; da qui partono i voli e le truppe delle Nazioni Unite. Più a sud c’è il campo rifugiati di Kakuma, uno dei più grandi di questa zona, che accoglie migliaia di persone provenienti da Sudan, Congo, Somalia, Etiopia.
Loki è una grande baraccopoli con botteghe di lamiera ondulata, plastica e materiali di recupero, dove si vende di tutto, in mezzo alla spazzatura, che rimane sul posto.
Anche qui mi colpiscono i voli degli uccelli: all'aeroporto, tra le innumerevoli carcasse di piccoli aerei, tanti e tanti corvi fanno rabbrividire; invece altrove, nel confortevole lodge dove sostiamo, ci sono mille tortore con una macchia rossa sull'occhio ed elegantissime egrette bianche.

Con un'altra tappa si arriva a Juba, la capitale del Sud Sudan, sdraiata lungo il corso del Nilo Bianco: vuole vantare un aspetto da città, ma nel suo schema ortogonale, con numerose aree verdi, si vede un alternarsi di tukul, tipiche capanne a pianta circolare con l’alto tetto conico, casette bianche col tetto di lamiera ondulata verniciata di rosso e qualche edificio in muratura.

Atterriamo di nuovo sulla pista in terra battuta di Rumbek, con gli immancabili rottami degli aerei schiantati e ripartiamo subito per un’altra tappa. Pochi minuti dopo appare un largo fiume costeggiato da grandi paludi. Il suolo qui è pianeggiante: l'acqua scorre lentamente perché si scava il letto senza la forza della pendenza e cambia spesso il suo corso trovando nuove vie. I meandri vecchi e nuovi disegnano curve continue sul suolo, come nastri srotolati in un quadro astratto, dove predominano diverse tonalità di verde chiaro e di verdazzurro, alternati ai rossi e ai bruciati della terra e al color ocra gialla dell'acqua limacciosa.
Il Sud Sudan è il territorio della “grande palude”, che gli antichi egizi conoscevano come il posto dove il suolo, inondato d’acqua senza limite, decretava la fine del mondo: le esondazioni dei numerosi fiumi lasciano il loro limo sul terreno, ma la superficie è immensa, difficilmente coltivabile e difficilmente raggiungibile, tanto che gli arabi l’hanno chiamata “grande barriera”, Sudd.
Per venti minuti l'aereo sorvola la savana completamente vuota, solo le nubi bianche e filanti creano ombre in movimento sul terreno: poi cominciano ad apparire minuscoli insediamenti, dapprima molto lontani fra loro, uniti da sottilissime piste battute dal cammino degli uomini. Più avanti piccole aree a forma quadrata o rotonda, unite tra loro da un reticolo fitto di sentieri, e poi ancora una lunga linea retta, di terra rossa battuta, come un'autostrada primitiva apparsa nel nulla.

L'aereo si ferma ancora a Wau, una città discretamente estesa, anche questa con schema ortogonale: in mezzo ai tukul e alle casette si vedono campi da calcio. Le costruzioni e una grande area a magazzini, il compound delle Nazioni Unite, terminano sulla riva del fiume Jur, attraversato da un ponte. Da lì la lunga strada rossa si apre a V e sembra perdersi nell’infinito.
Sulla pista di quello che, con un po’ di fantasia, sembra un aeroporto, saliamo su un Cessna a dieci posti, con l'ala sopra la fusoliera.
Fuori città si vedono molti insediamenti vuoti e zone di savana con resti di incendi. Durante la stagione umida i pastori seminomadi costruiscono il loro insediamento, lo abbandonano all'arrivo della stagione secca per spostare le mandrie altrove, e incendiano le sterpaglie: una tecnica antichissima, che però impoverisce il suolo e accelera la desertificazione.

Il paesaggio non cambia da Wau ad Agok, ultima meta del viaggio in aereo, tranne qualche magra coltivazione di sorgo con rese infime.
Si vedono molti campi di rifugiati, qui. I combattimenti di maggio sono stati vicini e i disperati in fuga si sono trasferiti in questa città. Le loro capanne si distinguono nettamente dalle altre di chi è stanziale, per la loro precarietà: gli sfollati, dispersi e sradicati dalla loro terra, dalla loro società, dalle loro tradizioni, non hanno più niente, niente da mangiare, niente di niente, spesso neppure la pentola in cui far cuocere un po' di polenta.
 
Scesi all'aeroporto di Agok, la solita pista sconnessa di terra battuta, saliamo sul pulmino guidato da Padre A., il sacerdote ugandese della Missione e cominciamo il lunghissimo viaggio di quaranta chilometri per arrivare alla nostra meta. Impiegheremo circa tre ore, sull’infinita pista di terra battuta che dall’aereo si vedeva tagliare in linea retta la savana. Costruita dai cinesi e terminata nel 2007, collega questa zona con el-Obeid e Khartoum, centinaia di chilometri a Nord. Le inondazioni dei mesi scorsi, durante la stagione delle piogge, l'hanno ridotta a un percorso da rally: innumerevoli veicoli, compresi i carri armati, hanno lasciato profonde buche, in alcuni tratti la strada è franata e costringe a percorsi alternativi, ogni giro di ruota è un salto o uno scossone.

La scarsa velocità permette di osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. Capanne sparse o vicine l'una all'altra, molte sommerse, così gli abitanti hanno dovuto trasferirsi nel centro vicino, acquitrini dove la gente pesca con qualunque mezzo, perfino con le zanzariere rosa che erano state distribuite dalle organizzazioni per uno scopo ben diverso...
Nelle paludi splendide cicogne e gru coronate, egrette bianche e aironi grigi, ibis, uccelli sacri nell’antico Egitto; mucche, pecore e capre dovunque sembrano le autentiche padrone del territorio.
Sulla strada arrancano scassatissimi camion che ondeggiano pericolanti, con un carico umano inverosimile nel cassone posteriore, oppure pullman stipati di gente, con una montagna di bagagli sul tetto: un fenomeno di equilibrio.
Impressionante il numero di persone in marcia: camminano e camminano anche a piedi nudi, sono di tutte le età, uomini donne bambini, atletici e instancabili, quasi tutti con un carico da portare in bilico sulla testa.
Alla fine la nostra strada termina in una spianata enorme, dove il vento fa vorticare la sabbia chiara e il sole a picco offusca la visione: siamo arrivati nella “Main Street”.


giovedì 6 dicembre 2018

un capitolo di "Viaggi di nuvole e terra" Macchione editore - "Sogno"

Pescatori al tramonto a Bayahibe
Incanto, pace e silenzio, musica del vento e del mare: i paesaggi naturali della Repubblica Dominicana ti aspettano leggendo

un capitolo di "Viaggi di nuvole e terra" - dalla terza parte dedicata alla Repubblica Dominicana

"SOGNO"  pag. 112-118

Prendere tempo, vagare con la mente, o semplicemente non fare nulla, uscire da una cultura dove fare è l’unica possibilità, al di là di ogni desiderabile essere: la cosa più bella che può capitare in un posto come la Dominicana e in mille altri posti simili è riprendere il diritto al proprio tempo, dilatarlo, rallentarlo fino al fermo totale. Perfino il cervello, stranamente vuoto, sembra galleggiare nel suo liquido, caldo come il mondo esterno. Perché è questo il ritmo del paese, lentissimo.
Non ci sono scuse, non posso più dire «Sono di corsa», «Non ho tempo», «Ho tanto da fare», assurdi e ridicoli ritornelli della nostra civiltà, che mi suonano sempre così falsi e insensati: qui, almeno io, mi posso prendere il lusso di non avere niente da fare.
Posso ascoltare i suoni della natura, i profumi e gli odori forti, vedere tutti i particolari di quello che mi circonda; posso far pace con tutta la gente che vedo, perché la lentezza del tempo predispone al sorriso e alla calma, anche quando dal mio punto di vista di europea non ci sarebbe niente di cui sorridere;  posso camminare lentamente (e perché dovrei correre?); posso perdere l’orologio, guardare solo la posizione del sole, fermarmi ad aspettare qualcuno o qualcosa senza innervosirmi; smettere di pormi obiettivi da raggiungere.
E’ un tempo dove il vuoto può essere riempito di contenuti spirituali e ideali, che leniscono le ferite dell’anima e guariscono il cuore e il corpo.

Ormai nessuno ha più tempo per nulla.
Neppure di meravigliarsi, inorridirsi,
commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi.
Le scuse per non fermarci a chiedere se
questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono,
siamo bravissimi a inventarle.
(Tiziano Terzani)

Samanà mi ha dato un senso d’incantamento. Una zona stupenda, così diversa sia dalla zona turistica orientale, con Punta Cana e Bayahibe, con la foresta rada e il terreno pianeggiante, le spiagge affollate di resort, sia da quella sconfortante di San Pedro de Macorìs, così misera.


Caratteristiche case di legno a Samanà
Si giunge da sud per un’autostrada a due corsie poco frequentata, che attraversa un paesaggio verdissimo sempre diverso, tra piantagioni di palme, banane, riso, con lo sfondo delle montagne ricoperte di fittissima foresta: si intravedono, lontane, le montagne della Cordillera che raggiungono i tremila metri. Ecco poi il magico Parco Nazionale di Haitisies, con i suoi canyon di minerale friabile, rocce rosse grigie nere e bianche, estremamente suggestive.
Il cielo è di un azzurro molto intenso nella stagione del nostro inverno e della loro estate, sembra in movimento, percorso com’è da nuvole enormi, bianche, in moto continuo, veloce: in alcuni momenti si accumulano, in altri si stracciano col vento fortissimo come immensi e infiniti veli. Poi all’improvviso il cielo si oscura, scarica acqua e muta di nuovo. Nella stagione umida, da giugno a novembre, quando lo rivedo è molto diverso, con una cappa di nuvoloni grigi che esplode poi in pioggia torrenziale, è un cielo pesante che persiste tutti i giorni, dalle spiagge alle montagne, violento come la Natura di questi luoghi.

Quando il paesaggio improvvisamente cambia, compaiono file di casette e baracche, con i souvenir e il solito cibo fritto, esposto al sole nelle botteghe lungo la strada: ecco arrivare la zona turistica, all’imbocco della penisola di Samanà. Pittoreschi, colorati, ma sempre poverissimi, questi insediamenti denunciano che la situazione è ovunque abbastanza precaria, ma almeno lungo la strada principale, non ho visto situazioni di degrado estremo come nella zona sud.
Dopo tutto il turismo porta soldi e un certo benessere, l’agricoltura è fiorente: in campagna le case dei contadini hanno un certo decoro, nella cittadina di Samanà ci sono casette nuove costruite secondo l’architettura tradizionale, in legno dipinto a colori pastello, graziosi residence, alberghi e nel porto ci sono molte barche e motoscafi. E quando, in marzo, nella baia arrivano le balene a partorire, c’è molto movimento di turisti che arrivano a vederle, uno spettacolo sempre grandioso.
Playa Galera
La strada segue tutta la penisola fino a Cabo Samanà, con le spiagge orlate di palme piegate dal vento, il mare è più mosso del pacifico e caldo Mar dei Caraibi: qui sono al cospetto dell’oceano Atlantico, che, non so perché, mi emoziona sempre oltre ogni dire.
Proprio alla fine della strada, a Las Galeras, ci sono le spiagge più belle, quelle che tutti sogniamo pensando alle immagini dei Caraibi: anche in alta stagione sono quasi deserte, lunghissime, con un mare da urlo e la sabbia candida che contrasta con i colori della vegetazione.
Playa Rincòn
Dicono che chi viene qua riparte piangendo, o non riparte per niente: ed è vero, per molti che rimangono stregati da questa terra bellissima. La vita è molto spartana, semplice, mancano tutte le comodità, ma la bellezza della Natura compensa i coraggiosi che sanno adattarsi. Un luogo stregato che incanta e irretisce: la magia sembra vincere.
Ho una gran voglia di lasciarmi catturare, ma quando ritorno una seconda volta nella bassa stagione, con occhio più critico, vedo che non è così facile adattarsi alla mancanza di tutto quello cui sono abituata: la stagione delle piogge rende tutto molto meno affascinante e perfino la meravigliosa Playa Rincon ora non è più bianca e pulita, ma ricoperta di alghe nere putrefatte che mi lasciano una cocente delusione. Bisogna raggiungere la fine della spiaggia, dove c’è la piccola zona attrezzata con il solito ristorantino e le sdraio per ritrovare la sabbia pulita, ma anche la gente che nell’alta stagione era completamente dispersa.
Fine del sogno selvaggio, la Naturaleza non è sempre perfetta come nei nostri sogni.
Il posto più frequentato della penisola di Samanà è Las Terrenas: c’è molta gente, negozi e attività, la spiaggia è grande, bella; qui si concentrano resort, ville, arrivano anche le navi da crociera, yacht lussuosi, per le strade jeep costosissime e traffico: è tutto un altro mondo, ma mi piace, ha una bella atmosfera, mi attrae decisamente, mi fermerei volentieri. Non ho tempo di proseguire l’esplorazione della costa nord che mi dicono molto bella, ma la prossima volta non mancherò.

l’Alcàzar de Colòn a Santo Domingo
Sto troppo poco nella capitale Santo Domingo per farmi un’idea precisa della metropoli, ma la parte centrale che vedo, la città coloniale, la città nuova e il Malecòn, il lungomare, sono belli, dinamici, con quell’atmosfera encantadora che caratterizza la Dominicana.
Mi raccontano che le attività culturali sono attivissime e l’aspetto dei quartieri centrali è molto piacevole, elegante e pulito: gli edifici cinquecenteschi, la Fortaleza Ozama, la Cattedrale, l’Alcàzarde Colòn, la casa del figlio di Cristoforo Colombo, la Calle de las Damas hanno un fascino particolare, le antichità sono rare in America e qui è stato tutto ristrutturato di recente.

Sulla costa sud, a pochi chilometri dalla grande metropoli cominciano gli insediamenti turistici famosi, Boca Chica, Guayacanes, Juan Dolio: li trovo molto brutti, con edilizia speculativa ovunque, scheletri di palazzi enormi che non sono mai stati terminati (denaro riciclato?). Perfino le spiagge non mi piacciono per niente: ho avuto la sventura di andare di sabato e domenica, quando sono affollatissime, piene di spazzatura, con un chiasso incredibile, ma sono le spiagge della capitale, dove i dominicani si riversano in massa nel week end a fare il picnic e riposarsi. Il mio ideale è un po’ diverso, ma sicuramente si può osservare la gente e percepire il colore del luogo.

Erboristeria a San Pedro de Macorìs
La prima volta che sono arrivata in questo paese ho avuto un vero impatto con la città di San Pedro de Macorìs: arrivata in taxi dall’aeroporto, da sola, con due giorni da attendere perché venissero a prendermi, era evidente che l’unica turista, con la pelle bianca, ero io, o quasi.
Importante città industriale un tempo, dopo il tracollo delle imprese negli anni Ottanta è diventata una grande città fatiscente, un agglomerato di baracche, dove le case in muratura in buono stato sono poche e si alternano a posti sporchi puzzolenti e un po’ inquietanti. Tornandoci molte altre volte mi sono in parte ricreduta e tranquillizzata, ma rimane una città veramente orrenda, con un lungomare da brivido, dove la sera scorrono birra, rum a fiumi e droga con il sottofondo a tutto volume della musica caribeña.
L’unico posto davvero interessante è il mercato, in parte coperto come un suq arabo, dove nella miriade di botteghe diverse mi hanno colpito soprattutto le numerose erboristerie con un miscuglio incredibile di erbe, filtri magici, candele, incensi, immagini religiose cattoliche e stregonerie di vario tipo: è il sincretismo del vudù, religione che tantissimi nativi praticano.

Filtri magici per tutti i gusti

Sono curiosa, faccio domande ma nessuno ne parla chiaramente, dato che ha cattiva fama e incute paura: spiriti dei morti, magia bianca e magia nera…e che cosa sono quelle strane boccette colorate con le etichette che dicono “perché mi ami”, “perché mi chiami”, “per trovare clienti”, “per avere successo”… sono filtri magici buoni, molto divertenti (ma che ci sarà dentro?). Però ce ne sono anche con l’etichetta nera, il teschio e le ossa incrociate, dentro c’è un liquido nero: e qui mi sento un po’ inquieta, anche se non ci credo, non sono certo souvenir da comprare..

Più a est l’importante città di La Romana, ben centotrentamila abitanti, deve il suo nome alla massiccia emigrazione d’italiani fin dall’Ottocento e fu costruita dall’industria zuccheriera della famiglia italiana Vicini: è caotica, disordinata, piena di negozi, attività e centri commerciali all’americana dove si può trovare di tutto, anche il cibo italiano spagnolo e francese delle grandi marche presenti nei nostri supermercati, dal prosciutto al salame di marca, dal parmigiano alla mozzarella di bufala ai biscotti del Mulino bianco, al latte all’acqua minerale, alla polenta: basta pagare tantissimo e si può mangiare proprio come a casa in Italia, con le stesse marche. Per le vie della città si alternano case belle o abbastanza belle con edifici pericolanti o decadenti: quel miscuglio di ricchezza e povertà che è la realtà di questo paese. Fuori città c’è il famoso Casa de Campo, resort lussuoso per golfisti internazionali servito da un aeroporto costruito apposta per loro.

Il tramonto a Bayahibe
La pretenziosa autostrada a quattro corsie che attraversa lo Stato è sempre semideserta anche nei giorni festivi, si dirige da ovest, dalla capitale Santo Domingo, a est a Punta Cana, e raggiunge a nord Santiago: ogni chilometro nasconde corruzione, speculazione e il sangue dei lavoratori che l’hanno costruita. Sicuramente in questo modo il Governo risparmia ai turisti la vista del degrado di alcuni luoghi, come le orrende baracche e le discariche sul ciglio di strade statali, ed evita il caotico traffico delle città per mostrare solo l’aspetto moderno della Repubblica Dominicana, stendendo un velo pietoso sulle brutture che potrebbero disturbare gli occhi e il naso schizzinoso degli stranieri.

Più avanti c’è Bayahibe: un tempo era un villaggio di pescatori, di cui restano ancora le casette di legno colorato, azzurre e verdi, e tuttora è un luogo grazioso e accogliente.





Ci sono un po’ troppe case in muratura cresciute dissennatamente, senza pianificazione, per opera dei costruttori italiani, attratti dalla possibilità di speculare a costi bassissimi con il favore del governo e del fisco: hanno riprodotto un modello edilizio e urbanistico che in Italia conosciamo molto bene perché ha determinato lo snaturamento e la cementificazione delle nostre coste. Peccato.
come rubare l'elettricità
ponteggi di sicurezza
La rapidità della crescita edilizia è quasi incredibile, gli operai lavorano dall’alba al tramonto anche la domenica e le case crescono come funghi in questa vera e propria colonia italiana. A dispetto di ogni regola di sicurezza vengono i brividi a vedere le impalcature di assi di legno precario inchiodate alla bell’e meglio su qualche metro di facciata, smontate e rimontate usando gli stessi chiodi arrugginiti e storti molte e molte volte: su queste camminano a piedi nudi i muratori haitiani che per pochi spiccioli al giorno rischiano la vita, equilibristi senza rete e senza assicurazione. Qualche muro è un po’ storto, qualche angolo pende come la Torre di Pisa…ma il filo a piombo si usa quaggiù?

I negozi aprono e chiudono nel giro di una stagione, ma c’è chi fa affari d’oro con i turisti, mentre nello scalcinato mercatino fatto di baracche ci sono articoli da vendere tutti uguali, spesso cineserie: a parte i quadri dipinti a mano, belli, colorati e pittoreschi, le pietre dure turchesi di larimar, e l’ambra blu (ma quanta falsa!) non c’è molto…che cosa strana… ma dov’è l’artigianato tipico in questo paese?
Stella marina nelle piscine naturali al largo dell'isola Saona
Però, grazie alle masse di turisti che arrivano ogni giorno, l’aspetto del paese migliora continuamente grazie alla febbre edilizia: aiuole nuove, marciapiedi, muri ridipinti, piano piano Bayahibe diventerà sempre più carina e ordinata, è certo, e il riciclo degli esercizi commerciali crea nuovi negozi e attività interessanti.

La fantastica bellezza delle isole coralline davanti al paese, Saona e Catalina, attirano i sub e gli amanti degli sport nautici: il mare è caldo e calmo, varia in mille sfumature di azzurro e turchese, la sabbia candida e finissima....................

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