Ci sono tante altre opere di cui si potrebbe parlare, qui ho fatto una breve scelta secondo i miei gusti.
Con la metafora cibo-eros bellissimo il Cantico dei Cantici della Bibbia (IV sec. a.C) e tre poesie di Neruda, il mio poeta preferito. Facile e divertente quella di Gianni Rodari, ironica quella sulla dieta di Aldo Fabrizi, profonda e spirituale quella sul miele di Federico Garcia Lorca, verissimo il ritratto delle donne in pasticceria di Guido Gozzano...
CANTICO DEI CANTICI (
La Bibbia, IV sec. a. C)
Quanto è piacevole il tuo amore, o mia sorella, sposa mia!
Quanto migliore del vino è il tuo amore e la fragranza dei tuoi olii profumati
è più soave di tutti gli aromi!
O sposa mia, le tue labbra stillano come un favo di miele,
miele e latte sono sotto la tua lingua, e la fragranza delle tue vesti è come
la fragranza del Libano
La mia sorella, la mia sposa è un giardino chiuso, una
sorgente chiusa, una fonte sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melograni con frutti
squisiti, piante di alcanna con nardo,
nardo e croco, cannella e cinnamomo, con ogni specie di
alberi d'incenso, mirra ed aloe, con tutti i migliori aromi.
Tu sei una fonte di giardini, un pozzo di acque vive,
ruscelli che scaturiscono dal Libano.
Lèvati, aquilone, e vieni, austro; soffia sul mio giardino,
e i suoi aromi si effondano! Entri il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i
frutti squisiti!
Sono entrato nel mio giardino, o mia sorella, sposa mia, ho
colto la mia mirra col mio balsamo; ho mangiato il mio favo col mio miele, ho
bevuto il mio vino col mio latte. Amici, mangiate, bevete; sì, inebriatevi, o
diletti!
Sonetto XI da “CENTO SONETTI D’AMORE” (1959) di Pablo Neruda
Ho fame della tua bocca, della tua voce, dei tuoi capelli
e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,
non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.
Sono affamato del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.
Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell'aitante volto,
voglio mangiare l’ombra fugace delle tue ciglia
e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,
cercandoti, cercando il tuo cuore caldo
come un puma nella solitudine di Quitratùe.
IL MIELE (1918) di Federico Garcia Lorca
Il miele è la parola di Cristo,
l’oro del suo amore.
Il meglio del nettare,
la mummia della luce di paradiso.
L’alveare è una stella pura,
pozzo d’ambra che alimenta il ritmo
delle api. Seno dei campi
tremulo d’aromi e di ronzii.
Il miele è l’epopea dell’amore,
la materialità dell’infinito.
Anima e sangue dolente di fiori
condensati attraverso un altro spirito.