Recensione di Barbara Anderson per il blog "Les fleurs di mal"
La bellezza dei boschi in autunno è qualcosa che conosco bene,
vivendo in Irlanda, terra di smeraldo che fluttua sull’oceano con i
suoi boschi immensi. Le foglie che cambiano colore, il giallo che
sfuma nell’arancio, quell’odore di terra umida che ti resta
addosso anche dopo essere tornata a casa. Cammino spesso nei boschi
vicino casa, in silenzio. Mi piace il rumore delle foglie sotto le
scarpe, quel suono secco che accompagna i pensieri. L’autunno è la
mia stagione preferita. Non mi è mai sembrato una stagione che
muore, ma un tempo che riflette e si prepara alla rinascita.

Quando
ho iniziato questo romanzo ho sentito subito qualcosa di familiare.
Quell’autunno che avvolge il paese, il passo lento, incerto ma
attento, di una donna anziana che non si lascia spegnere dal tempo né
dalla routine. Una donna che osserva, ascolta, registra. Che
passeggia con i suoi cani, uno nel passeggino e due al guinzaglio, e
che potrebbe sembrare solo una figura tenera, nostalgica, quasi ai
margini della scena. E invece no. Lei è intuito, è genio, è
desiderio di capire.
Mi
ha colpita molto la scelta narrativa di dare centralità a due
protagonisti anziani. Non come memoria nostalgica del passato, ma
proprio come energia viva. Come se l’età non fosse un limite ma
piuttosto uno sguardo più profondo sulle cose. L’amicizia tra
questa signora e Carlo è la parte più tenera e, in certi momenti,
anche la più divertente del romanzo. La loro è un’amicizia
antica, fatta di complicità, rispetto, stima reciproca. Due persone
che hanno attraversato la vita e le sue difficoltà, ognuna con le
proprie ferite, ma con un legame saldo.
Carlo,
industriale in pensione e appassionato pescatore, è lì, silenzioso
e solido come un’ancora alla sua nave; lei invece è curiosa,
vivace, instancabile, con quel sogno quasi segreto di scrivere un
noir. Mi è piaciuto molto vedere come la loro curiosità diventi
spinta narrativa. È profondamente umano non accontentarsi delle
versioni ufficiali delle cose che accadono intorno a noi.
Ed
è proprio qui che arriva uno degli aspetti che ho apprezzato di più:
le indagini parallele. Da una parte la polizia, con le sue
procedure, la raccolta delle prove. Dall’altra lei, loro, con
un’indagine fatta di attenzione, osservazione, intuizione, di
informazioni raccolte nei luoghi della quotidianità, tra
pettegolezzi, silenzi e sospetti. Non è una gara tra il metodo
ufficiale e quello ufficioso. Sono due modi diversi di cercare la
verità, perché la verità non sempre si lascia afferrare solo dalle
procedure; a volte si nasconde nei dettagli, apparentemente semplici
e banali ma fortemente complessi.
Ma
oltre a questa coppia così atipica e affiatata, che rende il ritmo
del romanzo un cozy crime, il romanzo tocca anche una parte oscura e
dolorosa: il tema dello sfruttamento delle ragazze, dei festini
nascosti dietro facciate rispettabili, del potere che usa, sfrutta e
abbandona. Questa parte mi ha fatto riflettere molto. Mi
ha fatto pensare a quanto siano vulnerabili certe giovani vite,
soprattutto in paesi rurali dove le opportunità sembrano poche, dove
i sogni sono grandi ma le strade per raggiungerli sono strette e
tortuose. Dove a volte si scende a compromessi pensando di
trovare una scorciatoia, e quella scorciatoia si trasforma in una
trappola.