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domenica 31 maggio 2020

Nuova recensione di Davide Pagnoncelli per "Viaggi di Nuvole e terra"


recensione di Davide Pagnoncelli, psicologo e psicoterapeuta


Viaggi sognati, reali e immaginari: un ricco intreccio di sensazioni ed emozioni. Ogni viaggio può essere un destino e non sembri strano, come scrive l’autrice, che “la porta, l’inizio, è la cosa più lunga del viaggio… del viaggio interiore”.

Viaggi per andare via, per scoprire se stessi e anche ritornare dentro se stessi,

“alla ricerca di un significato profondo”; però “rompendo gli schemi abituali”. Altrimenti che viaggio sarebbe, se si svolgesse sempre con le solite modalità? In tal modo è possibile cominciare le esplorazioni che consentono l’evoluzione personale e, precisa l’autrice, imparare a “vedere con i propri occhi e accedere alla realtà di un paese”.
Un libro che si snoda attraverso viaggi che diventano racconti di formazione

un caleidoscopio tra cui scegliere impulsi e suggerimenti suggestivi che ogni lettore potrà accogliere per evolvere, a sua volta, al di là della quotidianità, per molti troppo routinaria e scontata. 

lunedì 21 ottobre 2019

“Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella. Recensione di Tiziana Viganò


attraverso la narrazione si sente nella testa e nel cuore la voce di Samia e il suo anelito alla libertà: un esempio di vera letteratura trasmessa al lettore con il linguaggio della semplicità coniugata con una grande intensità di emozioni e di contenuti forti, potenti.



Recensione di Tiziana Viganò


Un libro emozionante: la storia di Samia Yusuf Omar, atleta olimpica somala, è struggente e malinconica, perché il finale è già conosciuto, ma è anche ricca di spunti di riflessione sulla condizione di vita nei paesi del mondo in guerra, quelli da cui un’onda di migranti che l’energia della speranza e del sogno di una vita diversa spinge o sbatte sulle rive della nostra Europa.

Il “Viaggio”, quello drammatico dall’Africa sub-sahariana alla Libia e all’Italia è un inferno, irto di difficoltà e sofferenze che noi possiamo solo immaginare – se abbiamo l’empatia di metterci nelle scarpe e nella pelle di quei disperati. Coloro che hanno il coraggio di intraprenderlo non ne hanno consapevolezza né conoscono i dettagli. C’è un alone misterioso su quel viaggio, anche chi l’ha fatto tace per non terrorizzare chi vuole partire e soprattutto per non rievocare quei momenti tremendi: mesi, anni di attesa, ricatti, lotte, violenza, stupro, dolore, sofferenza fisica e morale. E infine, per troppi, la morte per annegamento in quel cimitero che è diventato oggi il meraviglioso mar Mediterraneo.


Samia Yusuf Omar, atleta olimpica nata nel 1991, è la protagonista coraggiosa e ammirevole, esempio di slancio vitale e di capacità di combattere per realizzare i propri sogni: dà un meraviglioso esempio di resilienza alle difficoltà, forte dell’obiettivo di raggiungere la sua meta, vincere alle Olimpiadi di Londra del 2012.

lunedì 15 luglio 2019

“Le rughe del sorriso” di Carmine Abate: Recensione di Tiziana Viganò


di Tiziana Viganò

Il vero scrittore si differenzia dal semplice narratore perché al contenuto e alla padronanza tecnica unisce uno stile personale e un linguaggio originale, di grande ricchezza lessicale, dove le parole prendono vita modellandosi addosso ai personaggi e alla storia, risuonando echi del passato ma anche inventando nuove forme, neologismi, onomatopeie, voci dialettali o straniere che rispecchiano l’esperienza personale e collettiva.

L’arte di giocare con le parole e con le lingue – dialetto calabrese, arbëresh, somalo, germanese, italiano - si unisce armoniosamente nel nuovo, splendido libro di Carmine Abate, alla responsabilità civile di dare dignità letteraria ai migranti, raccontando le loro storie per far conoscere ai lettori la loro realtà e aprendo così una conoscenza che è l’unica via per distruggere i pregiudizi. La magia dello scrittore si attua con la trasfigurazione di queste esperienze a simbolo universale, fruibile perché diventato patrimonio di tutti.

Lo scrittore ha grande esperienza di migrazioni, quando a emigrare erano gli italiani, che andavano a faticare all’estero: suo nonno in America, suo padre in Francia e Germania, lui stesso in giro per l’Europa e poi insegnante di italiano in Trentino, ben lontano per ambiente e cultura dalla sua Calabria. Così nel libro affronta di tema del viaggio con consapevolezza e conoscenza diretta e con l’empatia di chi vuole penetrare la realtà delle migrazioni africane per arricchirsi sempre di più accostandosi alla diversità.

Così il viaggio diventa ricerca di persone e di culture, apre alla speranza di un mondo futuro possibile, dove l'integrazione porti la pace.

domenica 6 gennaio 2019

Due brani dedicati alle donne tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" di Tiziana Viganò

Due brani tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" (2018, Macchione editore)

Storie di donne di batey (baraccopoli) nella Repubblica Dominicana, che ho raccolto parlando con loro: non ci sono parole per descrivere quello che ho provato ascoltando loro e altre persone. 
Lascio a voi che leggete i pensieri e le emozioni che questi racconti possono suscitare.

Sono donne che vivono senza documenti nelle piantagioni di canna da zucchero,  la condizione degli haitiani clandestini è agghiacciante...attorno l'isola dei sogni tropicali tra resort e spiagge stupende. Un finto paradiso, un turismo placebo, come una spolverata di zucchero su una realtà di cui pochi sono consapevoli.
...E la condizione degli uomini non è migliore, sono "schiavi in libertà".
  
pag 135

Madri di zucchero bruciato

Click.
Davanti al mio obiettivo si mettono in posa e sorridono.
Non importa il vestito logoro, non importa la pettinatura improbabile, neppure lo sfondo della casetta o della baracca di legno pericolante. Essere fotografate le riempie d’orgoglio, mi sto interessando a loro.

Pelle giovane, di mille sfumature di cioccolata, dal fondente al latte più chiaro, è liscia e stranamente asciutta sotto il calore allucinante che fa scoppiare i pori della nostra pelle bianca.
Pelle nera con rughe feroci, gonfia di mille pene, sculture di una storia: solo quaranta anni, sudati sangue.
Click.
I capelli neri e crespi sono sempre domati e stretti in mille forme fantasiose: le bambine sono splendide con i loro codini treccine rotolini rasta, pieni di perline e nastri colorati, le donne hanno la passione per unghie e capelli, ma certe madri hanno poco tempo per sé, o farse non hanno troppa voglia di curarsi, si accomodano una retina e via. Anche lo stato dei capelli parla della loro vita.
Click.
Sono gli occhi che colpiscono fino in fondo al cuore: con la forma a mandorla delle antilopi e con la rima nera non hanno bisogno di trucco per essere bellissimi, dolci e miti, arrendevoli e rassegnati.
Le donne giovani hanno occhi che sorridono, c’è ancora speranza e voglia di vivere; nelle altre gli anni hanno segnato profondamente il volto con solchi d’aratro, hanno tolto luce agli occhi che si stringono, si difendono, a volte c’è un vuoto, a volte un’emozione indefinibile, quale sarà il film che scorre in quel momento nella loro mente, fotogrammi di una vita durissima, fatta di dolore e di precarietà, di ferro e di fuoco, di soprusi e di violenze, di sottomissione e di privazione. 
Click.
Le braccia sorreggono il corpo dei loro bambini, il gesto naturale delle mamme di tutto il mondo, ma non sempre lo circondano per proteggerlo, forse sanno che è inutile, o forse sanno di non esserne capaci: il mondo è troppo forte per loro. I bambini hanno forme rotonde, come tutti i cuccioli, ma la pancia troppo gonfia dice molte cose sulla malnutrizione. Qualche bambino siede solo e nudo sul terreno polveroso e sporco, non lontano dalla spazzatura e si succhia le dita, altri corrono e si rotolano per terra, giocano senza giocattoli, gridano, ridono, come tutti i bambini del mondo. L’occhio della comunità li segue, senza preoccuparsi troppo. Le madri con occhi smarriti si chiedono cosa metteranno in pentola per i loro figli, dove troveranno di che sfamarli.
Click.

una donna tagliatrice di canna da zucchero
Le foto che ho scattato alle donne e ai bambini sono sul desktop illuminato: quelle facce nere mi guardano e io guardo le loro espressioni, le forme e i colori, gli sfondi con le baracche, le casette e i muri scrostati. Dov’è la rigogliosa natura caraibica dei nostri sogni di europei? Solo in una foto compare un gigantesco fiore di banana che grava sulla testa di Helena, come una lancia, come una spada di Damocle: inconsciamente ho escluso la natura in queste foto, ma ho trovato questo simbolo forte della sua vita e di quella di altre che mi hanno raccontato la loro storia. Sento ancora le loro voci, chiare o rauche, sempre pacate, sussurrate, dai toni molto bassi, nella loro lingua un po’ strana che suona come un fattore di ulteriore diversità dal contesto sociale dove la sorte le ha scaraventate...

una maestra
Essere donne è difficile, sempre, ma ci sono luoghi nel mondo dove è sempre guerra, anche senza spari e bombe. Qui, in un paese della grande America, si perpetua una realtà che noi europei pensiamo finita per sempre o possibile solo in alcuni luoghi lontani dell’Africa o dell’India profonda: lo schiavismo esiste ancora, incatena senza catene esseri umani, violenta i loro diritti prendendosi gioco delle leggi internazionali, firmate a tavolino lontano dai luoghi dove si consuma e si corrode la vita reale sull’altare del denaro.
Donne più che vulnerabili ed esposte in una società maschilista e retriva, che castra lo sviluppo personale, a volte anche mentale, nega autonomia per la cronica mancanza di lavoro, condanna le donne alla dipendenza e alla sottomissione a un uomo. Adolescenti già incinte, partoriscono figli troppo spesso abbandonati, subiscono violenze, vedono nella prostituzione una delle poche soluzioni per garantirsi un pasto al giorno.

La fame, oscena.
Se in Europa si parla di pari opportunità, di diritti, di libertà, ci sono paesi in cui la speranza è solo un filo di luce che s’intravede in una oscurità che sembra non poter mai essere squarciata, ci si può aggrappare a quel  filo immateriale ed essere sempre a terra.
Eppure si può sorridere ancora, nonostante tutto.

pag 176

Storie di donne dei bateyes

Il terremoto ha sterminato la sua famiglia e così è fuggita dall’inferno e dall’atroce miseria di Haiti con una figlia di pochi mesi tra le braccia. Loucette ha un corpo e un viso da adolescente con i suoi 38 anni, ma nella sua vita ha passato dolori e traumi che schianterebbero chiunque. Eppure è tranquilla, sorridente, gentile, parla piano e si muove con grazia sgusciando tra la gente, quasi volesse rendersi invisibile.
“Sono viva, non sono malata, riesco a fare qualche lavoretto e comprare da mangiare per me e mia figlia. Sono felice. Certo, quando lavoravo negli hotel ero più contenta, ma con la legge sulle migrazioni mi hanno licenziata perché non avevo i documenti in regola. Non ho più potuto lavorare, se non saltuariamente, ma ora ho trovato due signore italiane da cui vado per fare le pulizie, dicono che sono brava e mi vogliono bene: mi danno sempre qualcosa da mangiare, mi pagano. Avevo un uomo, ma mi ha abbandonato quando ero incinta: ho partorito nel batey perché non potevo andare in ospedale senza documenti, ho avuto tanta febbre e il bambino è morto subito dopo. Sono viva per miracolo, ancora una volta, dopo il terremoto”.

sabato 5 gennaio 2019

"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. FILM Sud Sudan, un villaggio, un destino



"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
un filmato che racconta per immagini la prima parte del libro
"Sud Sudan: un villaggio, un destino"
un viaggio a ottanta chilometri da un fronte di guerra, un ospedale sperduto nelle paludi del Sud Sudan, in una zona ricca di petrolio e devastata da sessanta anni di guerra. Volontari italiani per un progetto di sviluppo in un paese che continua a ripetere errori che portano al fallimento di ogni tentativo di progresso e all’estrema povertà. Rifugiati e migranti prima interni ora esterni al paese, in fuga verso gli illusori eden europei. Solo la Bellezza della Natura rimane impassibile e intatta in questa parte del mondo.

Dopo tante esperienze, un viaggio da sola ai confini del mondo, un altro in un paradiso dove niente è come appare, un terzo dove invece la Bellezza si rivela in tutto il suo splendore, senza lati oscuri. Un filo rosso lega ciò che è straordinariamente bello al dolore, ai drammi sociali: il Meraviglioso, bello e terribile domina il nostro mondo.

Esiste un’unione quasi impossibile nella realtà di due paesi molto diversi tra loro, Sud Sudan e Repubblica Dominicana, che presentano tanti punti di somiglianza: l’estrema Bellezza della Natura, la sua pace, la sua serenità contrapposta a orrori, drammi sociali, ricchezza e miseria, tutto e nulla, rifugiati e migranti ridotti in schiavitù, guerra infinita e razzismo senza fine. Ma c’è anche il lavoro tenace di chi vuole portare cambiamenti concreti, utili alla gente, di chi crede ancora nella giustizia sociale e nella pace.
Contrasti fortissimi che suscitano emozioni profonde: un filo rosso che percorre due mondi, un sogno africano e un sogno tropicale a confronto con il reale.
Tutto questo si placa nell’esplorazione di un’altra parte del mondo, la Grecia che, sotto il manto amorevole di dei e miti millenari, accompagnata dalla musica di versi immortali, espone davanti agli occhi stupefatti del viaggiatore una Bellezza pura e incontaminata, dove l’uomo si è integrato nella Natura, rispettandola, addomesticandola, e la dona come il gioiello più prezioso da custodire.


"Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò. 2018 Macchione editore
nelle migliori librerie, nelle catene Mondadori, Feltrinelli e Ubik
sugli store online Amazon  IBS ecc

mercoledì 2 gennaio 2019

"S.r.c.-Società a responsabilità capitalistica" di Giuseppe Beghini. Recensione di Tiziana Viganò


una competente e lucida analisi sulle conseguenze del capitalismo contemporaneo: Giuseppe Beghini invita i lettori a essere consapevoli dei problemi della nostra società

Con una competente e lucida analisi sulle conseguenze del capitalismo contemporaneo, Giuseppe Beghini, filosofo, invita i lettori a prendere consapevolezza dei problemi gravissimi della nostra società perché le nuove forme che il capitalismo ha assunto negli ultimi decenni hanno e avranno un’influenza immensa sulla vita di ognuno di noi.
La povertà crescente e la disuguaglianza sociale, la salute e i danni all’ecosistema, gli enormi sprechi in occidente e la fame nei paesi poveri, la delocalizzazione industriale e la disoccupazione tecnologica… sono temi chiave su cui fermarsi a riflettere leggendo i numerosi testi scientifici e tecnici internazionali citati dall’autore.
Questa sistema economico pervasivo in ogni settore della nostra vita non ha certo una “responsabilità limitata” siamo in una “Società a responsabilità capitalistica”, una Src, come la definisce Giuseppe Beghini.

venerdì 28 dicembre 2018

Sud Sudan: un villaggio un destino. Un capitolo da "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò

Un viaggio forte, emozionante in un paese in guerra da 60 anni. Il secondo capitolo della parte del libro dedicata al Sud Sudan: un'avventura ai confini del mondo...pagg 16-20

Viaggio verso l’ignoto

Il lunghissimo viaggio verso questa meta è una metafora di come ci si debba avvicinare a una realtà così forte e brutale per i nostri occhi di occidentali, troppo abituati a considerare i problemi della sofferenza e della morte come qualcosa da rimuovere velocemente dalla coscienza.
La lentezza, se vissuta senza l'insofferenza che ci è abituale, permette di riflettere e di adeguarci, di giorno in giorno, di tappa in tappa, di ora in ora, a una realtà che va “digerita” a piccoli bocconi, masticati ed elaborati uno alla volta.

L’atterraggio a Nairobi è una sorpresa: i dintorni verdi e ben coltivati, una metropoli modernissima con grattacieli e parchi di vegetazione tropicale, ma con slums ben visibili dall’aereo.
La città, su un altopiano di millesettecento metri di altitudine, con una circolazione automobilistica incredibile (sicuramente il “passo d’uomo” è più veloce!) e un inquinamento record, è molto simile alle città occidentali, ma con qualcosa di particolare che mi colpisce, un’energia, una tensione verso il futuro e un fascino che faccio fatica a definire.
Dagli alberi che ornano i viali e i bellissimi parchi, miriadi di uccelli – tra cui tanti marabù, grigi, enormi – stanno a guardare dall’alto l’umanità che passa a piedi o bloccata nelle lamiere roventi delle auto. Qua e là s’intravedono vicoli con baracche vicino a centri commerciali eleganti, belle architetture vicino a luoghi sgretolati: una città enorme, piena dei contrasti che nel mio immaginario sono la vera rappresentazione di una metropoli, ovunque nel mondo, nel suo bello e bellissimo, brutto e bruttissimo, ricco o misero.

Da Nairobi il piccolo aereo di una compagnia privata porta i passeggeri verso il confine con il Sud Sudan, a Lokichoggio, attraversando verdi altopiani solcati da fiumi in secca e montagne con creste e speroni rocciosi. Spettacolare sul suolo il disegno a onde di alteterre nella faglia della Rift Valley, che scendono digradando verso il lago Baringo, con al centro un’isola rotonda e il Bogoria: poco prima dell'atterraggio comincia la savana col suo colore uniforme a perdita d’occhio.
Lokichoggio è un posto creato dal nulla, a trenta chilometri dal confine col Sudan, come base ONU durante la guerra: ora serve ancora per le organizzazioni umanitarie che dal mondo sono arrivate a soccorrere le popolazioni sudanesi. Molte hanno un ufficio permanente, magazzini, linee aeree; da qui partono i voli e le truppe delle Nazioni Unite. Più a sud c’è il campo rifugiati di Kakuma, uno dei più grandi di questa zona, che accoglie migliaia di persone provenienti da Sudan, Congo, Somalia, Etiopia.
Loki è una grande baraccopoli con botteghe di lamiera ondulata, plastica e materiali di recupero, dove si vende di tutto, in mezzo alla spazzatura, che rimane sul posto.
Anche qui mi colpiscono i voli degli uccelli: all'aeroporto, tra le innumerevoli carcasse di piccoli aerei, tanti e tanti corvi fanno rabbrividire; invece altrove, nel confortevole lodge dove sostiamo, ci sono mille tortore con una macchia rossa sull'occhio ed elegantissime egrette bianche.

Con un'altra tappa si arriva a Juba, la capitale del Sud Sudan, sdraiata lungo il corso del Nilo Bianco: vuole vantare un aspetto da città, ma nel suo schema ortogonale, con numerose aree verdi, si vede un alternarsi di tukul, tipiche capanne a pianta circolare con l’alto tetto conico, casette bianche col tetto di lamiera ondulata verniciata di rosso e qualche edificio in muratura.

Atterriamo di nuovo sulla pista in terra battuta di Rumbek, con gli immancabili rottami degli aerei schiantati e ripartiamo subito per un’altra tappa. Pochi minuti dopo appare un largo fiume costeggiato da grandi paludi. Il suolo qui è pianeggiante: l'acqua scorre lentamente perché si scava il letto senza la forza della pendenza e cambia spesso il suo corso trovando nuove vie. I meandri vecchi e nuovi disegnano curve continue sul suolo, come nastri srotolati in un quadro astratto, dove predominano diverse tonalità di verde chiaro e di verdazzurro, alternati ai rossi e ai bruciati della terra e al color ocra gialla dell'acqua limacciosa.
Il Sud Sudan è il territorio della “grande palude”, che gli antichi egizi conoscevano come il posto dove il suolo, inondato d’acqua senza limite, decretava la fine del mondo: le esondazioni dei numerosi fiumi lasciano il loro limo sul terreno, ma la superficie è immensa, difficilmente coltivabile e difficilmente raggiungibile, tanto che gli arabi l’hanno chiamata “grande barriera”, Sudd.
Per venti minuti l'aereo sorvola la savana completamente vuota, solo le nubi bianche e filanti creano ombre in movimento sul terreno: poi cominciano ad apparire minuscoli insediamenti, dapprima molto lontani fra loro, uniti da sottilissime piste battute dal cammino degli uomini. Più avanti piccole aree a forma quadrata o rotonda, unite tra loro da un reticolo fitto di sentieri, e poi ancora una lunga linea retta, di terra rossa battuta, come un'autostrada primitiva apparsa nel nulla.

L'aereo si ferma ancora a Wau, una città discretamente estesa, anche questa con schema ortogonale: in mezzo ai tukul e alle casette si vedono campi da calcio. Le costruzioni e una grande area a magazzini, il compound delle Nazioni Unite, terminano sulla riva del fiume Jur, attraversato da un ponte. Da lì la lunga strada rossa si apre a V e sembra perdersi nell’infinito.
Sulla pista di quello che, con un po’ di fantasia, sembra un aeroporto, saliamo su un Cessna a dieci posti, con l'ala sopra la fusoliera.
Fuori città si vedono molti insediamenti vuoti e zone di savana con resti di incendi. Durante la stagione umida i pastori seminomadi costruiscono il loro insediamento, lo abbandonano all'arrivo della stagione secca per spostare le mandrie altrove, e incendiano le sterpaglie: una tecnica antichissima, che però impoverisce il suolo e accelera la desertificazione.

Il paesaggio non cambia da Wau ad Agok, ultima meta del viaggio in aereo, tranne qualche magra coltivazione di sorgo con rese infime.
Si vedono molti campi di rifugiati, qui. I combattimenti di maggio sono stati vicini e i disperati in fuga si sono trasferiti in questa città. Le loro capanne si distinguono nettamente dalle altre di chi è stanziale, per la loro precarietà: gli sfollati, dispersi e sradicati dalla loro terra, dalla loro società, dalle loro tradizioni, non hanno più niente, niente da mangiare, niente di niente, spesso neppure la pentola in cui far cuocere un po' di polenta.
 
Scesi all'aeroporto di Agok, la solita pista sconnessa di terra battuta, saliamo sul pulmino guidato da Padre A., il sacerdote ugandese della Missione e cominciamo il lunghissimo viaggio di quaranta chilometri per arrivare alla nostra meta. Impiegheremo circa tre ore, sull’infinita pista di terra battuta che dall’aereo si vedeva tagliare in linea retta la savana. Costruita dai cinesi e terminata nel 2007, collega questa zona con el-Obeid e Khartoum, centinaia di chilometri a Nord. Le inondazioni dei mesi scorsi, durante la stagione delle piogge, l'hanno ridotta a un percorso da rally: innumerevoli veicoli, compresi i carri armati, hanno lasciato profonde buche, in alcuni tratti la strada è franata e costringe a percorsi alternativi, ogni giro di ruota è un salto o uno scossone.

La scarsa velocità permette di osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino. Capanne sparse o vicine l'una all'altra, molte sommerse, così gli abitanti hanno dovuto trasferirsi nel centro vicino, acquitrini dove la gente pesca con qualunque mezzo, perfino con le zanzariere rosa che erano state distribuite dalle organizzazioni per uno scopo ben diverso...
Nelle paludi splendide cicogne e gru coronate, egrette bianche e aironi grigi, ibis, uccelli sacri nell’antico Egitto; mucche, pecore e capre dovunque sembrano le autentiche padrone del territorio.
Sulla strada arrancano scassatissimi camion che ondeggiano pericolanti, con un carico umano inverosimile nel cassone posteriore, oppure pullman stipati di gente, con una montagna di bagagli sul tetto: un fenomeno di equilibrio.
Impressionante il numero di persone in marcia: camminano e camminano anche a piedi nudi, sono di tutte le età, uomini donne bambini, atletici e instancabili, quasi tutti con un carico da portare in bilico sulla testa.
Alla fine la nostra strada termina in una spianata enorme, dove il vento fa vorticare la sabbia chiara e il sole a picco offusca la visione: siamo arrivati nella “Main Street”.


giovedì 8 novembre 2018

“La sedia del custode” di Bahaa Trabelsi. Recensione di Tiziana Viganò


Una giornalista che si oppone all’oscurantismo fondamentalista, un poliziotto che si dibatte tra le contraddizioni, un serial killer fanatico religioso: sullo sfondo una Casablanca sospesa tra antico e moderno. Molto più di un noir....

recensione di Tiziana Viganò

Ben più di un noir. “La sedia del custode” (2018, edizioni Le Assassine) apre lo sguardo sul Marocco, un paese che negli ultimi anni ha subito un cambiamento radicale nei costumi e nel quadro politico-sociale portando indietro l’orologio della modernità, rinnegando molti dei diritti conquistati dalle femministe nello scorcio del secolo.
Bahaa Trabelsi, giornalista e attivista per i diritti umani, è al suo quinto romanzo e con questo ha vinto il premio letterario Sofitel 2017: dà veste noir, attraverso le gesta feroci di un serial killer, a un contenuto importante per far capire al lettore cosa succede in una società che subisce una radicalizzazione islamica.
Anni fa, il paese viveva un’epoca di libertà, di rispetto per i diritti umani e per la donna in particolare, di integrazione con la cultura dell’Occidente, di una evoluzione che, in pace e tolleranza, non rinnegasse i valori tradizionali. Negli ultimi anni, soprattutto dopo “le primavere arabe” si assiste invece a una regressione a causa del fondamentalismo wahabita (intransigente e aggressivo di importazione saudita) che s’insinua nella società marocchina di tradizione sunniti (di ispirazione sufi, che predica amore e pace): la scrittrice dedica particolare attenzione alla condizione della donna schiacciata dalle norme religiose, condizionata dallo sguardo severo o lascivo degli uomini, puttana tentatrice e schiava sempre, vittima di violenze, privata della possibilità di studiare e di arrivare a una impossibile parità.

martedì 24 luglio 2018

Colori di pelle - Repubblica Dominicana: un capitolo di "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò


un capitolo del libro "Viaggi di nuvole e terra" di Tiziana Viganò, 2018, Macchione editore
pag 94-97

"Colori di pelle


Ha mille sfumature diverse la pelle dei dominicani, un miscuglio di etnie

diverse che si sono incrociate da cinquecento anni: i mulatti discendono
dagli incontri tra i bianchi e i neri fin dall’età dello schiavismo e anche nei tratti del viso rispecchiano le diverse provenienze, chissà qual è la percentuale
di sangue bianco che hanno nelle vene? Sicuramente disprezzano quelli che hanno la pelle più scura, pur discendendo dagli stessi antenati, provenienti dall’Africa del nord-ovest.
Colpisce subito una certa tranquillità di modi, il sorriso sempre pronto, la gentilezza e la disponibilità.
Generalizzando un po’, se penso al popolo tedesco mi viene in mente la precisione, agli inglesi l’efficienza, agli italiani il gusto per la bellezza, ai dominicani mi viene in mente il sorriso.
Una filosofi a di vita: «Vivere», mi hanno detto quelli a cui l’ho chiesto, con molta tranquillità, quella che è possibile, senza farsi troppe domande,senza troppe pretese, con poche ansie nei riguardi del futuro. 
Da europea abituata agli stress e al problem solving penso di poter condividere in pieno,anche se so che salire la china dello sviluppo richiede forti obiettivi, molta determinazione, molto lavoro duro, e una grinta che qui vedo in pochi: un
pizzico di stress, quello “buono” serve a muovere all’azione.
I dominicani con un lavoro stabile hanno condizioni di vita abbastanza buone, e qualcuno, professionista o imprenditore, molto buone: possono mandare i figli a scuola e all’università, hanno diritto alla salute pubblica,a trovare un lavoro da decente a ottimo, sono orgogliosi di appartenere al loro paese, hanno un atteggiamento fi ero e disinvolto, a volte un po’ sfacciato, e non mi sembrano troppo segnati dalla vita. Hanno anche la loro lingua spagnola, che li distingue, ben diversa dal creolo degli haitiani, che si chiama patua: un dialetto incomprensibile che mischia un po’ di spagnolo, un po’ di francese, un po’ di africano con tante k e b, le l al posto delle r, le b al posto delle v...proprio come venivano doppiati i neri nei vecchi film americani, come in “Via col vento”, decisamente buffo, astruso.

Se gli uomini portano i capelli rasati, e qualcuno i rasta, le donne danno
sfogo alla fantasia con varietà infinite di treccine, le bambine sono fantastiche con intrecci incredibili, decorati da fermagli colorati, spesso si vedono in giro donne con enormi bigodini che tengono in posa a lungo per stirare i capelli: una vera mania, i capelli e le unghie, ci sono parrucchiere e manicure ovunque, in ogni via, supermercati specializzati, le donne più povere vendono i loro capelli per fare parrucche.
Hanno pelle nera come zucchero bruciato, nera con riflessi blu, o marrone
come il cioccolato: gli haitiani sembrano una razza più pura, come se i
francesi colonizzatori non si fossero mischiati con i loro servitori neri come
gli spagnoli, hanno i tratti forti degli africani, sono diretti discendenti degli
schiavi, anche se non vogliono riconoscerlo.
Donne uomini e bambini hanno la pelle vellutata, glabra e apparentemente
asciutta nonostante il caldo atroce: hanno una bellezza antica e selvaggia,
occhi allungati con una profondità a volte inquietante, se non hai imparato
a conoscerli, con quel luccichio bianco che spicca nel viso scurissimo, sono abituati a nascondere le emozioni a non rivelarsi.
Quegli occhi che ho visto nei batey: li ho davanti perché mi hanno strappato il cuore, ogni sguardo è una storia, sempre qualcosa di indimenticabile, in un’infinita gamma di espressioni che fanno penetrare nel mondo della mente.
La forma allungata, l’espressione mite, dolce, timida, a volte sono impauriti e pronti a fuggire, oppure fissi per un orrore che non ha nome, impietriti per gli eventi di una vita che è solo fatica e dolore, ferro e fuoco. Mostrano una tranquillità che ai miei occhi sembra una resa al destino, o una negazione...o forse è solo un diverso modo di vedere le cose?
Occhi in cui all’improvviso si fa il vuoto, come se i pensieri si congelassero anche sotto il sole forte: dove la disperazione è superata c’è solo il senso della resa, del rifiuto di ogni lotta, perché ormai anche i muscoli non rispondono più, sono paralizzati, le forze vengono meno perché manca ogni nutrimento, fisico e psichico. Raramente ho visto la rabbia...o forse sanno nasconderla molto bene, si intravede sotto una mascella indurita, o nell’occhio che si arrossa all’improvviso, nei tratti del carattere passivo-aggressivo.
Spesso sfuggono a uno sguardo indagatore: mi vengono in mente gli animali,
che è meglio non fissare negli occhi a lungo, per alcune specie è un chiaro messaggio di minaccia e reagiscono male.
Se fissi a lungo gli occhi a una persona, questa tende a distogliere lo sguardo:
è timida, si vuole nascondere? Da noi si direbbe troppo facilmente
che mente: per me non è sempre così automatico, mi viene in mente un
comportamento atavico, è meglio non svelare troppo di sé all’estraneo, per
di più se di pelle bianca.
Ci sono occhi che all’improvviso si spengono per un pensiero negato o rimosso,
o che si muovono veloci al ricordo doloroso, o si fissano, senza più
un battito di ciglia. Difficile immaginare ciò che è passato dentro di loro,
ma è una storia che ha lasciato emozioni scolpite duramente sul viso scuro.
All’inizio mi veniva qualche dubbio: l’espressione assente o evitante è quel
la di chi fa finta di non capire, apparentemente tace e annuisce, ma in
realtà è molto furbo e più acuto di quanto non sembri a prima vista? Dopo
tutto gli antenati schiavi si abituavano a dissimulare e a essere remissivi, a
non parlare e a evitare, pena castighi ferocissimi.
Se il linguaggio delle espressioni facciali è universale, trasversale in tutte le
razze, non è sempre facile decodificare i segnali in razze diverse dalla nostra,
solo con la pratica e la conoscenza diventa tutto più chiaro, la psicologia
e la comunicazione che ho studiato per tanti anni mi vengono in aiuto.
Ma ho sempre in mente anche il passato di questi ex schiavi,intuisco comportamenti appresi dagli antenati che li hanno passati ai discendenti, e
sono diventati innati...quel passato non è troppo lontano, esiste ancora
oggi, e segna profondamente il comportamento di questo popolo.
Quegli sguardi li ritrovo anche nei bambini: per la maggior parte sono
spensierati, ridono, corrono, giocano, come tutti i bambini del mondo, ti
saltano addosso gridando, ti abbracciano. Ma ce ne sono alcuni che sembrano
già vecchi, hanno la serietà allarmante di chi ha visto già troppo,
oppure l’ambiente miserrimo e la sottostimolazione mentale hanno provocato
ritardi, oppure (e questo è così grave da dare i brividi) sono mancate
proteine e nutrienti per alimentare il cervello e il corpo. Non muoiono di
fame come ho visto in Africa, ma la malnutrizione è evidente in molti casi.
Perché vivono nella precarietà assoluta i migranti haitiani, spesso senza
documenti in regola, clandestini, senza diritti civili, senza patria, senza
lavoro, senza pari opportunità, con poche, pochissime speranze..."

.....continua su

"Viaggi di nuvole e terra" 
di Tiziana Viganò
Macchione editore
narrativa di viaggio
85 illustrazioni a colori
pag 174
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lunedì 10 aprile 2017

"L'ottico di Lampedusa", di Emma-Jane Kirby

recensione di Tiziana Viganò

Un libro sulle migrazioni, per riflettere sui sentimenti che suscitano

Siamo abituati al clamore dei media nei riguardi dell’argomento migrazioni, sbarchi, naufragi: molto chiasso, polemiche assurde, denunce e diatribe, tantissime parole, pochi fatti. Il razzismo e la paura di essere invasi si confrontano con il tentativo di salvare i disgraziati che scappano da situazioni terribili – spesso inimmaginabili da chi se ne sta quieto quieto nella sua bella casa europea – con risultati per lo più discontinui, spesso poco efficaci se non in troppi casi, fallimentari. Perché fermare la migrazione è come fermare l’oceano con una piccola diga, e quello a cui assistiamo ogni giorno è solo la punta di un iceberg di cui non si possono prevedere le dimensioni.  Troppi dimenticano che la storia dell’uomo è storia di migrazioni, fin da quando il primo homo erectus, oltre due milioni di anni fa, ha cominciato a camminare e, partendo dall’Africa, ha colonizzato il mondo.

I dati sono incerti, ma a partire dal 3 ottobre 2013, giorno della strage di Lampedusa di cui si parla in questo libro, sono13288 (fonte UHNRC- Corriere della sera) i morti che vagano senza pace nelle splendide acque del nostro Mediterraneo, che ormai pare più un cimitero che la culla della civiltà. E i dispersi? Molti di più.

E’ un libro particolarmente interessante, “L’Ottico di Lampedusa” di Emma-Jane Kirby, reporter della BBC, per la quale ha lavorato come corrispondente estero, e corrispondente delle Nazioni Unite da Ginevra.
La voce della scrittrice è ben diversa da quelle di tanti suoi colleghi giornalisti, non si mescola con le irritanti grida, polemiche, diatribe: ci propone il dramma dei migranti da un altro punto di vista, si piega con pietà e compassione (cum-patior), condivide il dolore, coglie i sentimenti e le emozioni che suscitano negli animi i drammi di tanti esseri umani.

mercoledì 25 novembre 2015

“Il complesso di Ismene”: opera teatrale di Adele Falbo. Una donna dalla sottomissione all'assertività.










recensione di Tiziana Viganò



Attrici della compagnia PACTA dei Teatri: Annig Raimondi, Carmen Chimienti, Giada Balestrini, Federica Toti
domenica 22 novembre alle ore 21  per la Rassegna Off di ScenAperta - in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne 2015 - al Monastero degli Olivetani di Nerviano.
Le rappresentazioni proseguono a Morbegno il 24 novembre e in marzo riprenderanno a Milano.



L’ombra dell’Animus sovrasta la figura minuta e fragile  di Ismene: la sua parte maschile, interiore, è sacrificata da una cultura che privilegia il maschile esterno in tutti i sensi, l’uomo e la sua aggressività, anche quella violenta.
Io vorrei, ma non posso” oppormi alla legge degli uomini, dice, la cultura dominante non glielo permette. La sorella Antigone è il suo opposto: l’eroina ribelle, capace di opporsi a una legge inumana e immorale, sacrifica la sua vita pur di non tradire i suoi ideali. La sua forza, non cede, seppellisce il fratello e accetta la muore. Tutti e tutte siamo con lei, è lei che suscita la nostra simpatia e ammirazione.
Disprezziamo Ismene che non trova il coraggio, che subisce e si sottomette, che si svaluta e che non ha fiducia in se stessa. La sua parte Ombra, il lato oscuro, la scuote, la mette a confronto con i suoi contenuti inconsci inaccettabili; la sua parte Petra, la pietra, il Sé, le fa riscoprire il suo mondo interiore profondo, la sua parte unica e indivisibile. La madre le dice con tristezza:

lunedì 28 settembre 2015

Piccole grandi idee per un mondo di pace

Articolo di Francesca Radaelli

27 settembre 2015 
È stata una giornata intessuta di parole, di racconti e di proposte quella che si è svolta ieri all’Urban Center del Teatro Binario 7 di Monza. Una giornata che ha dato spazio e voce a tante piccole storie che ne raccontano una grande, grandissima, e rivoluzionaria. Raccontano di come sia davvero possibile realizzare un mondo di pace nella quotidianità. Una giornata in cui sono state avanzate proposte che a molti sembreranno magari fuori dal mondo, visionarie e utopiche, ma che forse basterebbe solo un pizzico di buona volontà per far diventare realtà concreta.

Il tema era “Educare alla pace”, il sottotitolo “Il nutrimento delle coscienze”, l’occasione le celebrazioni della Giornata internazionale per la pace nel mondo organizzata dal’Onu, gli organizzatori UPF Monza, WFWP (Federazione delle Donne per la Pace nel Mondo) e il Comune di Monza. Si è parlato di sostenibilità, condivisione, dialogo inter- e intra-religioso, cura del pianeta e degli altri. Agli ‘appassionati’ relatori, per lo più rappresentanti di realtà religiose, politiche e associative, va il merito di essersi presentati all’appuntamento innanzitutto come persone, portando le proprie esperienze e le proprie idee con umiltà e disponibilità all’ascolto, in un clima costruttivo e aperto.

 “Mai come ora Monza è chiamata a essere una città aperta, una città che sia ‘casa delle culture’, una città di pace”, ha detto il sindaco Roberto Scanagatti aprendo il convegno, dopo una prima introduzione a cura di Carlo Chierico ed Ettore Fiorina di UPF Monza. “Siamo tutti chiamati diffondere una cultura di pace, in una battaglia che deve essere condotta quotidianamente. Riconoscendo l’altro, il diverso, come soggetto con cui è possibile uno scambio importante: solo così possiamo fare davvero della diversità nutrimento per le coscienze”. Il riferimento è all’attualità e al territorio, alla questione dei migranti e dell’accoglienza, un problema che si inquadra in una situazione geopolitica globale che nel corso del convegno diversi relatori hanno definito “da Terza guerra mondiale”.

venerdì 4 settembre 2015

"E tu chi sei? sono Mamadi, figlio di Diubatè" di Francis Bebey (la poesia intera)

Chiwara, maschera per danza rituale
dei Bambara Bamana del Mali
E tu, chi sei?
Sono Mamadi, figlio di Diubaté.
Da dove vieni?
Dal mio villaggio.
E dove vai?
All'altro villaggio.
Quale altro villaggio?
Cosa importa?
Vado dovunque ci siano degli uomini.

Che fai nella vita?

Sono griot*, capisci?
Sono griot, com'era mio padre,
Com'era il padre di mio padre,
Come lo saranno i miei figli
E i figli dei miei figli.

Sono griot, mi capisci?
Sono griot come al tempo dei padri
Che aprivano il cuore al nascere del giorno
E la casa ospitale al viandante sconosciuto
Attardato sulla via.

Sono progenie di Dieli,
L'uomo cui suo fratello diede
La propria carne e il sangue
Per eludere la fame terribile
Pronta sul sentiero in fiamme della foresta
Con la maschera minacciosa del teschio della morte.

Sono figlio della Guinea,
Akuaba, bambola della fertilità
degli Ashanti del Ghana
Sono figlio del Mali,
Nasco dal Ciad o dal profondo Benin.
Sono figlio dell'Africa...
Addosso ho un gran-bubù bianco.
E i Bianchi ridono vedendomi
Trottare a piedi nudi nella polvere della strada.

Ridono.
Ridano pure.
Quanto a me, batto le mani e il grande sole dell'Africa
Si ferma sullo Zenit per guardarmi e ascoltare.
E canto e danzo,
E canto e danzo.

Francis Bebey

(Douala, Camerun, 1929 – Parigi, 2001) è stato un artista, musicista, scrittore, giornalista di lingua francese. Chitarrista e compositore, ha ottenuto un certo successo coi romanzi Le fils d'Agatha Moundio (il figlio di Agata Moundio, 1968), La poupée ashanti (La bambola ashanti, 1969), Le roi Albert d'Effidi (il Re Alberto d'Effidi, 1976). Per quanto riguarda i racconti Embarass et Cie (Imbarazzo & Co., 1968), Trois petits cireus (Tre piccoli lustrascarpe, 1972) che con un certo humor descrivono la vita africana moderna. Ha scritto anche poemi ed il saggio Musique d'Afrique (1969). Come musicista, ha creato un curioso «etno-jazz». E' stato corrispondente per Radio France International. 

 * poeta, cantastorie