Due brani tratti dal libro "Viaggi di nuvole e terra: taccuini tra realtà e fantasia" (2018, Macchione editore)
Storie di donne di batey (baraccopoli) nella Repubblica Dominicana, che ho raccolto parlando con loro: non ci sono parole per descrivere quello che ho provato ascoltando loro e altre persone.
Lascio a voi che leggete i pensieri e le emozioni che questi racconti possono suscitare.
Sono donne che vivono senza documenti nelle piantagioni di canna da zucchero, la condizione degli haitiani clandestini è agghiacciante...attorno l'isola dei sogni tropicali tra resort e spiagge stupende. Un finto paradiso, un turismo placebo, come una spolverata di zucchero su una realtà di cui pochi sono consapevoli.
...E la condizione degli uomini non è migliore, sono "schiavi in libertà".
pag 135
Madri di zucchero bruciato
Click.
Davanti al mio obiettivo si mettono in
posa e sorridono.
Non importa il vestito logoro, non
importa la pettinatura improbabile, neppure lo sfondo della casetta o della
baracca di legno pericolante. Essere fotografate le riempie d’orgoglio, mi sto
interessando a loro.
Pelle giovane, di mille sfumature di
cioccolata, dal fondente al latte più chiaro, è liscia e stranamente asciutta
sotto il calore allucinante che fa scoppiare i pori della nostra pelle bianca.
Pelle nera con rughe feroci, gonfia di
mille pene, sculture di una storia: solo quaranta anni, sudati sangue.
Click.
I capelli neri e crespi sono sempre
domati e stretti in mille forme fantasiose: le bambine sono splendide con i
loro codini treccine rotolini rasta, pieni di perline e nastri colorati, le
donne hanno la passione per unghie e capelli, ma certe madri hanno poco tempo
per sé, o farse non hanno troppa voglia di curarsi, si accomodano una retina e
via. Anche lo stato dei capelli parla della loro vita.
Click.
Sono gli occhi che colpiscono fino in
fondo al cuore: con la forma a mandorla delle antilopi e con la rima nera non
hanno bisogno di trucco per essere bellissimi, dolci e miti, arrendevoli e
rassegnati.
Le donne giovani hanno occhi che
sorridono, c’è ancora speranza e voglia di vivere; nelle altre gli anni hanno
segnato profondamente il volto con solchi d’aratro, hanno tolto luce agli occhi
che si stringono, si difendono, a volte c’è un vuoto, a volte un’emozione
indefinibile, quale sarà il film che scorre in quel momento nella loro mente,
fotogrammi di una vita durissima, fatta di dolore e di precarietà, di ferro e
di fuoco, di soprusi e di violenze, di sottomissione e di privazione.
Click.
Le braccia sorreggono il corpo dei loro
bambini, il gesto naturale delle mamme di tutto il mondo, ma non sempre lo
circondano per proteggerlo, forse sanno che è inutile, o forse sanno di non
esserne capaci: il mondo è troppo forte per loro. I bambini hanno forme
rotonde, come tutti i cuccioli, ma la pancia troppo gonfia dice molte cose
sulla malnutrizione. Qualche bambino siede solo e nudo sul terreno polveroso e
sporco, non lontano dalla spazzatura e si succhia le dita, altri corrono e si
rotolano per terra, giocano senza giocattoli, gridano, ridono, come tutti i
bambini del mondo. L’occhio della comunità li segue, senza preoccuparsi troppo.
Le madri con occhi smarriti si chiedono cosa metteranno in pentola per i loro
figli, dove troveranno di che sfamarli.
Click.
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| una donna tagliatrice di canna da zucchero |
Le
foto che ho scattato alle donne e ai bambini sono sul desktop illuminato:
quelle facce nere mi guardano e io guardo le loro espressioni, le forme e i
colori, gli sfondi con le baracche, le casette e i muri scrostati. Dov’è la
rigogliosa natura caraibica dei nostri sogni di europei? Solo in una foto
compare un gigantesco fiore di banana che grava sulla testa di Helena, come una
lancia, come una spada di Damocle: inconsciamente ho escluso la natura in
queste foto, ma ho trovato questo simbolo forte della sua vita e di quella di
altre che mi hanno raccontato la loro storia. Sento ancora le loro voci, chiare
o rauche, sempre pacate, sussurrate, dai toni molto bassi, nella loro lingua un
po’ strana che suona come un fattore di ulteriore diversità dal contesto
sociale dove la sorte le ha scaraventate...
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| una maestra |
Essere
donne è difficile, sempre, ma ci sono luoghi nel mondo dove è sempre guerra,
anche senza spari e bombe. Qui, in un paese della grande America, si perpetua
una realtà che noi europei pensiamo finita per sempre o possibile solo in
alcuni luoghi lontani dell’Africa o dell’India profonda: lo schiavismo esiste
ancora, incatena senza catene esseri umani, violenta i loro diritti prendendosi
gioco delle leggi internazionali, firmate a tavolino lontano dai luoghi dove si
consuma e si corrode la vita reale sull’altare del denaro.
Donne
più che vulnerabili ed esposte in una società maschilista e retriva, che castra
lo sviluppo personale, a volte anche mentale, nega autonomia per la cronica
mancanza di lavoro, condanna le donne alla dipendenza e alla sottomissione a un
uomo. Adolescenti già incinte, partoriscono figli troppo spesso abbandonati,
subiscono violenze, vedono nella prostituzione una delle poche soluzioni per
garantirsi un pasto al giorno.
La
fame, oscena.
Se in
Europa si parla di pari opportunità, di diritti, di libertà, ci sono paesi in
cui la speranza è solo un filo di luce che s’intravede in una oscurità che
sembra non poter mai essere squarciata, ci si può aggrappare a quel filo immateriale ed essere sempre a terra.
Eppure
si può sorridere ancora, nonostante tutto.
pag 176
Storie di donne dei bateyes
Il
terremoto ha sterminato la sua famiglia e così è fuggita dall’inferno e
dall’atroce miseria di Haiti con una figlia di pochi mesi tra le braccia. Loucette ha un corpo e un viso da
adolescente con i suoi 38 anni, ma nella sua vita ha passato dolori e traumi
che schianterebbero chiunque. Eppure è tranquilla, sorridente, gentile, parla
piano e si muove con grazia sgusciando tra la gente, quasi volesse rendersi
invisibile.
“Sono viva, non sono malata, riesco a
fare qualche lavoretto e comprare da mangiare per me e mia figlia. Sono felice.
Certo, quando lavoravo negli hotel ero più contenta, ma con la legge sulle
migrazioni mi hanno licenziata perché non avevo i documenti in regola. Non ho
più potuto lavorare, se non saltuariamente, ma ora ho trovato due signore
italiane da cui vado per fare le pulizie, dicono che sono brava e mi vogliono
bene: mi danno sempre qualcosa da mangiare, mi pagano. Avevo un uomo, ma mi ha
abbandonato quando ero incinta: ho partorito nel batey perché non potevo andare
in ospedale senza documenti, ho avuto tanta febbre e il bambino è morto subito
dopo. Sono viva per miracolo, ancora una volta, dopo il terremoto”.