sabato 9 aprile 2016

"L’uomo che veniva da Messina" di Silvana Spina

recensione di Tiziana Viganò


Annunciazione: olio su tavola  (1473-74). 
Monaco di Baviera, Alte Pinakothek
Annunciata: olio su tavola
(1476)

 Palermo Palazzo Abatellis
L’uomo che veniva da Messina, edito da Giunti, è un romanzo storico in cui Silvana Spina racconta la vita di Antonello da Messina, riempiendo con la sua fantasia i molti vuoti della biografia del grande pittore. Una bellissima storia d’amore e morte è racchiusa nella cornice di un’arte sublime nata nel periodo del fermento creativo che spalanca le porte del Rinascimento.

L’Io Narrante è lo stesso pittore che si confessa in punto di morte al suo primo maestro Colantonio e racconta tutta la sua appassionata e turbolenta vita, la sete di conoscenza inestinguibile, i suoi continui viaggi, gli artisti incontrati, descritti nei loro tratti più intimi e quotidiani (Van Eyck, Mantegna, Piero della Francesca, i Bellini, Petrus Christus, Pisanello, Van Der Weyden) e i personaggi illustri che lo hanno considerato amico o nemico, re cortigiani e nobildonne nel contesto delle loro corti, mercanti popolani puttane e malfattori nelle vie delle città dell’epoca.
Al di sopra di tutto la ricerca insoddisfatta dell’arte pura, il sogno di dipingere l’opera innovativa e perfetta, l’ossessione di raggiungere l’immortalità, unico scopo della vita.

Le pagine scorrono veloci, come le vicende vorticose della storia del Quattrocento: insieme al pittore si cammina nella polvere delle strade d’Europa e d’Italia (Palermo, Napoli, Roma, Mantova, Arezzo, Bruges): nell’umido delle calli di Venezia Antonello troverà stimoli nuovi alla propria arte, amore, gloria, ma anche la sua tragedia. .
La figura del protagonista si delinea nella sua calda umanità, nelle luci e nelle ombre, nelle altezze e nelle miserie: i dipinti sono raccontati dall’autrice come chi davanti all’opera pittorica guarda con gli occhi, sente col cuore e ascolta la sua voce interiore.

Occhi scuri e ammalianti, sguardo che non nasconde lo stupore, il turbamento; viso perfetto, pallido, illuminato da un sorriso enigmatico, appena accennato: la figura si staglia solitaria su uno sfondo scuro, la luce radente si concentra su un velo pesante, dal colore dei lapislazzuli, che cade a larghe pieghe oblique. La mano sinistra chiude la stoffa sul petto in un gesto di protezione e di pudore: la destra è alzata come a fermare qualcosa o qualcuno che l’ha sorpresa mentre leggeva un libro, forse la Bibbia, rimasto con le pagine aperte a mezz’aria ad indicare l’imprevedibilità del momento.

Una tavola di legno di piccole dimensioni, dipinta a olio, ritrae una donna bellissima, con fattezze che ricordano le donne siciliane: ma la modella dell’Annunciata di Palermo, secondo la scrittrice, è la donna amata disperatamente, Griet, la figlia del pittore Van Eyck morta poco prima che il pittore finisse il suo quadro. Proprio lei aveva rivelato ad Antonello il segreto della formula per la pittura ad olio, donandogli i preziosi appunti del padre e aprendogli le porte della gloria.

Il libro si apre col Trionfo della Morte di Palermo, l’affresco allegorico attribuito al borgognone Guillaume Spicre (1446 ca) staccato da palazzo Sclafani e conservato oggi a Palazzo Abatellis. Antonello lo vide da ragazzo e, come in un innamoramento folgorante, lo indusse a intraprendere la strada della pittura e a inseguire per tutta la vita il sogno di dipingere con i colori ad olio. E il libro si chiude con il trionfo della morte, quella reale: muore Griet, avvelenata dal marito geloso, e Antonello vagherà come impazzito con la sua bara finché cadrà ammalato e morirà anch’egli, nel 1479 nella sua Messina, così amata e odiata.
  

Dove finisce la biografia e dove comincia l’invenzione di Silvana Spina? Leggendo questo libro non ha importanza: L’uomo venuto da Messina è un romanzo davvero affascinante, che coinvolge in ogni sua pagina.

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