martedì 27 ottobre 2015

"Ohana significa famiglia" racconto di Chiara Pesenti

25 ottobre 2015 - un racconto della giornata tra scrittori "Il vizio di scrivere" - Biblioteca di Rescaldina (Mi)
pagina facebook: Il vizio di scrivere 
(prossima giornata in gennaio, seguiteci!)

“Stare in famiglia. Sentirsi parte di una famiglia. Stare soli in famiglia. La famiglia come spazio in cui esprimere se stessi o in cui soffocare la propria individualità? Cos'è un famiglia? Una squadra? O un terreno di competizione? Quanti tipi di famiglia ci sono? Fratelli coltelli, parenti serpenti. Un fratello è uno su cui contare sempre. I legami di sangue. Le affinità elettive. I parenti non si scelgono. Gli amici sì.”

Marco aveva annotato su un foglio di protocollo il frutto del suo personale brainstorming sul tema che l'insegnante di lettere, dimostrando forse  poca originalità, aveva proposto per il compito in classe. Mentre fissava, in ordine sparso, i pensieri che attraversavano la sua mente, seguiva il movimento sorprendentemente veloce delle nuvole che sfilavano oltre la finestra dell'aula.
A sedici anni un tema così non è mica facile.
Quando, alle elementari, la maestra gli aveva chiesto di parlare della famiglia, aveva scritto che la mamma era bella e preparava delle torte buonissime, che il papà aveva gli occhiali e, quando tornava dal lavoro, giocava un po' con lui a pallone e che Andrea, il suo fratellino, era un po' monello.
La maestra, leggendolo, aveva sorriso; le piaceva l'immagine di famiglia tradizionale, giovane e unita, che ne emergeva. Gli aveva dato un bel voto e lui era tornato a casa felice, anche se difficilmente avrebbe trovato una torta ad aspettarlo e se suo padre sarebbe tornato solo a tarda sera, troppo stanco per giocare a pallone con lui.
La realtà, agli occhi di un bambino, ha quasi sempre dei colori più accesi, e mai nessuna ombra. 
Ma adesso, a sedici anni,  le ombre erano diventate nette, e disegnavano la realtà in bianco e nero, fissandone impietosamente i contorni, mettendone in risalto i recessi più nascosti e ritraendola nelle sue contraddizioni e nelle sue miserie.
Ora la mamma, per lui, era solo una donna di mezza età con le rughe e la cellulite, e le sue torte, le rare volte che decideva di prepararne una, erano immangiabili; il padre semplicemente un uomo troppo impegnato per trovare il tempo di stare con lui, e Andrea, il fratello, solo uno stronzetto.
A volte, chiuso nella sua parte di stanza con le cuffie a far da barriera tra lui e il resto del mondo, pensava a come sarebbe stata la sua vita se fosse cresciuto in un'altra famiglia, come quella del suo amico Filippo, che, a sedici anni, era già stato in quattro diversi continenti, e aveva una grande camera tutta per sé.
Lui, del mondo, aveva visto ancora pochissimo e la stanza doveva dividerla con Andrea, che aveva due anni meno di lui ma non voleva certo essere considerato un bamboccio, e si dava certe arie da uomo vissuto che avrebbero fatto certamente sorridere Marco, se prima non l'avessero mandato in bestia.
Del resto l'ironia non s'addice a chi, per aver vissuto ancora troppo poco o troppo poco intensamente, è  così impegnato a tenere a bada la propria vita  da non riuscire a osservarla con distacco, sorridendone.
Cos'era, per lui, la famiglia? Mentre mordeva nervosamente il tappino della bic, a Marco continuava a tornare alla mente la frase di “Lilo e Stitch”, un cartone animato che aveva visto tante volte, da piccolo, insieme a suo fratello: “Ohana significa famiglia, e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato”. In fondo anche la sua famiglia era, a modo suo, un'ohana.
Difficile spiegarlo senza essere costretto a parlare di sé, della sensazione indefinibile di appartenenza che gli davano, nonostante tutto, quei visi familiari e quelle pareti che a volte gli sembravano troppo strette per contenere la sua voglia di crescere, ma che lo facevano sentire, comunque, a casa.
Agli adolescenti non piace far  intravedere agli altri le parti più nascoste di sé, quelle che più di tutte sfuggono al loro controllo.
Che razza di argomento da proporre a ragazzi di terza liceo! pensava, appoggiando la penna sul banco.
Decise che avrebbe consegnato il tema così com'era, praticamente in bianco.
Questa volta l'insegnante di lettere non gli avrebbe messo certamente un bel voto, ma a Marco andava bene così.
Decise che quella sera, per cena,  la torta l'avrebbe preparata lui.




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